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La coerenza di Renzi ricorda quella di Conte: l'aiuto a Salvini come il passaggio del tecnico all'Inter

Esiste un mondo parallelo in cui calcio e politica, in un certo senso, coincidono. Non si sa in quale galassia possa trovarsi, questo universo particolare, ma guardando i parallelismi che offre la scena istituzionale italiana, non è poi così difficile immaginare che possa esistere davvero. Perché d'altronde, la politica richiama un po' al calcio: c'è un arco costituzionale che richiama alla classifica di un campionato, con ogni squadra, pardon, partito che ha un peso specifico differente. Poi, c'è il mercato, anche lì, con finestre di trasferimento più flessibili, ma che riescono allo stesso tempo ad emozionare per i colpi di scena che offre. Poi, ci sono i voltafaccia, le dichiarazioni che non coincidono con i fatti, insomma, tutte quelle oscure situazioni che forse, sono proprie dell'animo umano. 

Succede, infatti, che Matteo Renzi "salvi" Matteo Salvini, quattro mesi dopo aver pubblicamente ammesso che non l'avrebbe fatto. Infatti, l'apposita Giunta ha votato per l'autorizzazione a procedere contro il leader della Lega da parte della magistratura, per il caso Open Arms, ma i tre senatori del partito dell'ex Primo Ministro (Italia Viva) non si sono presentati: il risultato è stato che, con 13 voti favorevoli, è stato impedito il processo a Salvini. Nulla di sconvolgente, se lo scorso 23 gennaio Renzi stesso, a Piazza Pulita, aveva pubblicamente ammesso che avrebbe votato per lasciare ai giudici la possibilità di stabilire la colpevolezza o meno dell'allora Ministro dell'Interno. Insomma, un esempio di coerenza da non prendere a modello, quando si studia proprio questo aspetto della vita. 

Una scena da pallone, quindi. Non è difficile scovare le somiglianze: "Non andrò mai lì, non andrò mai là, piuttosto che ecc..." sono frasi di contorno che si dicono spesso, tra il bacio di una maglia e il giuramento di amore eterno. E, puntualmente, succede il contrario. Un caso? Dice qualcosa il nome di Antonio Conte? Juventino dichiarato, nemico pubblico dell'Inter che, proprio oggi, dalla panchina nerazzurra sogna il suo quarto Scudetto in carriera. "Eh, ma sono professionisti" è la giustificazione ricorrente. Certo, infatti, nel calcio si può detestare qualche scelta, ma è difficile biasimare quando ci sono quegli interessi economici in gioco. Ma in politica? "Eh sono professionisti". Sicuro, vengono pagati, ma non per se stessi: ed è qui la differenza. Lo stipendio per un politico non è un semplice premio al lavoro fatto, ma una garanzia di incorruttibilità: nei confronti degli altri, ma anche verso se stessi, affinché rispettino ciò che dicono di rappresentare - destra, centro o sinistra che sia -. Sono professionisti, ma i benefici della loro professione sono al servizio della collettività (e dei propri elettori): per questo la coerenza dovrebbe essere la normalità, non un'eccezione straordinaria.