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Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia (ph. Ansa/Matteo Corner)

Fontana convocato in Procura a Bergamo per la gestione dell’emergenza all’ospedale di Alzano

Il governatore della Lombardia sarà sentito come testimone. L’obiettivo dell’inchiesta è accertare come si arrivò il 23 febbraio a fermare il Pronto soccorso per riaprirlo poche ore dopo e come vennero assistiti i primi malati di Covid

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MILANO. Il governatore lombardo Attilio Fontana è stato convocato dalla Procura di Bergamo e verrà sentito nei prossimi giorni come testimone nell’ambito della gestione del coronavirus all'ospedale di Alzano Lombardo. I pm indagano per l'ipotesi di epidemia colposa e vogliono accertare come sono stati assistiti i primi malati risultati positivi al virus e come si è arrivati alla decisione del 23 febbraio di chiudere e riaprire dopo alcune ore il pronto soccorso.

Il fascicolo è stato aperto lo scorso 8 aprile, in piena emergenza, e punta a far luce anche sui morti nelle Rsa locali e sulla mancata istituzione di una zona rossa tra Nembro e Alzano ai primi di marzo. Oltre a Fontana, sempre in qualità di teste, i pm hanno convocato anche l’assessore alla sanità Giulio Gallera. Già nelle scorse settimane Fontana aveva negato ogni responsabilità per quanto riguarda la chiusura dei territori: «Abbiamo chiesto al Governo di istituire una zona rossa sia ad Alzano Lombardo che a Nembro così come avevamo fatto per Codogno, ma il via libera è arrivato solo per quest’ultima. C’erano già i militari per chiuderla, ma il governo ha atteso il 7 e poi non lo ha fatto. Io non comando le forze armate e da solo non potevo andare avanti».

All'ospedale di Alzano era stato ricoverato l'84enne Ernesto Ravelli, poi il 23 febbraio (ad appena 72 ore dalla scoperta del paziente zero di Codogno) trasferito al Papa Giovanni e deceduto, primo morto per Covid 19 in provincia di Bergamo. E sempre ad Alzano era stato ricoverato un 83enne di Nembro il 15, con tampone risultato positivo il 23 febbraio.

Il pool di pubblici ministeri che si occupano di tutta l'attività di indagine che riguarda l'epidemia di Coronavirus nella Bergamasca puntano a chiarire molti aspetti dubbi durante l’emergenza che è costata oltre 13mila contagiati e 3.080 morti in tutta la provincia.

Sempre come persona informata sui fatti era già stato sentito nei giorni scorsi Luigi Cajazzo, direttore generale Welfare della Regione Lombardia, il quale aveva spiegato che la decisione di riaprire il pronto soccorso di Alzano era stata presa «in accordo con la direzione generale dell’Asst di Bergamo Est», in quanto era stato assicurato che era «tutto a posto» e i locali «erano stati sanificati e c’era già i percorsi separati Covid e no Covid». Cajazzo aveva messo a verbale che la disposizione di riaprire il pronto soccorso «solo per i casi urgenti» era dovuta alla «evoluzione rapidissima dell’epidemia» dimostrata dal fatto che quel giorno erano già 114 i casi positivi in tutta la Lombardia, di cui circa venti erano di pazienti ricoverati in terapia intensiva. E alla luce di questa situazione era impossibile «rinunciare ad una importante offerta assistenziale, sia pure limitata alle urgenze». Inoltre, il direttore generale del Welfare della Lombardia aveva precisato che quella domenica, sin da subito, «sono stati sottoposti a tampone tutti gli operatori sanitari» che erano stati a contatto con i pazienti positivi e che «era stata sospesa» l’attività ordinaria del presidio ospedaliero, compresa quella chirurgica, salvaguardando solo gli interventi indifferibili.