Il ballo del voto a settembre nel Paese feudale

Alla fine ogni Regione potrà votare quando vuole. Ognuno tira verso il suo particolare: opposizione contro maggioranza, Regioni contro Stato. La fotografia di un Paese che ha completamente perso il baricentro

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Luigi Narici / AGF

Alla fine ognuno potrà fare un po’ come vuole: votare il 6, settembre o il 13, o il 20, o il 27. Decide ogni singola regione. Anche se, il paradosso, è che alla Camera in giornata approderà il decreto del governo che contiene l’indicazione di un election day per il 20 settembre. Andiamo con ordine. Primo pomeriggio: in un’afosa commissione della Camera, distanze di sicurezza e mascherine, va in scena una battaglia campale con le opposizioni che, addirittura, ricorrono all’ostruzionismo, strumento normalmente usato di fronte ai provvedimenti giudicati inaccettabili, che dividono il paese. L’oggetto è la data delle elezioni, o meglio l’election day che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe accorpare il voto in sei regioni (elettori coinvolti: 18 milioni), in oltre mille comuni (elettori coinvolti: 6 milioni) il referendum costituzionale (elettori coinvolti: tutti).

Anche questa decisione, in piena emergenza, diventa un elemento di sfarinamento del fragile quadro nazionale. Che in serata diventa plastico, quando trapela, da fonti del governo che le regioni, se vogliono, posso decidere autonomamente perché la materia elettorale è di loro competenza. E che quella del governo è una indicazione, non un obbligo. È questo l’esito della rivolta dei governatori che hanno preso carta e penna per scrivere al capo dello Stato, rivendicando le proprie prerogative in materia. Conclusione: il testo del governo approderà in Aula, dopo che in commissione è passato con i voti della sola maggioranza. Ma nessuno si sentirà vincolato.

Ricapitolando: il governo propone una data unica per tutte le consultazioni, il 20 e 21 settembre, recependo le indicazioni del comitato tecnico scientifico, che suggerisce di non andare oltre la metà di settembre, per ragioni sanitarie, ipotizzando una seconda ondata virale per ottobre; le regioni, tutte, chiedono invece che si possa votare subito, già a luglio con Bonaccini e Toti; le opposizioni invece, in primis la Lega vogliono invece votare più avanti, per evitare una campagna elettorale sotto gli ombrelloni, magari votando il 20 per il referendum e il 27 per le regionali.

Ecco, opposizione contro maggioranza, periferia contro centro, territori contro le strutture politiche nazionali, governatori che si muovono in modo autonomo rispetto ai propri partiti di appartenenza, siano essi di centrodestra sia di centrosinistra, questo il dato politico: linee di frattura come elemento permanente, come è avvenuto con le mille ordinanze su parchi, runner, parrucchieri, bar, movide, proposte di “passaporti regionali” e minacce di chiusure di confini, inedito esempio di “federalismo virale”, fino al voto, fotografia di un paese che sta perdendo un elemento di baricentro nazionale, quasi “feudale” nella logica dei vari signorotti che pensano di disporre gli ingressi nei propri territori.

È chiara la logica strumentale che anima questa discussione, resa possibile dall’assenza di un denominatore comune di visione nazionale, in un paese dove uguale passione non è stata dedicata, per esempio, alle scuole, che non sono state riaperte neanche per un giorno e non si sa quando riapriranno. In materia di sedute fiume in commissione ancora non se ne vedono. Dicevamo, è chiara la logica: i governatori, tutti, da De Luca a Zaia, grandi protagonisti della fase dell’emergenza vorrebbero capitalizzare subito consenso e popolarità, perché di questi tempi non si mai, è un attimo e il clima cambia e, con esso, i consensi. Salvini, diversamente dal suo governatore del Veneto percepito come una risorsa ma anche una minaccia, non ha fretta di fargli incassare un plebiscito: tanto vince comunque ma se vince col 60 più in là è meglio che se vince col 90 adesso. Per il governo, forte del parere del parere degli esperti, settembre stronca il dibattito, se mai qualcuno lo volesse riaprire sul voto per le politiche, anche se poi, inevitabilmente, in un paese che ha ritrovato la consuetudine democratica partirà il tormentone del voto in primavera

Sia come sia, il dibattito rivela la caduta di ogni freno inibitorio, nella misura in cui cade l’ipocrisia anche di seguire, palesemente, il proprio particolare: l’ansia di passare immediatamente all’incasso elettorale, perché il clima può cambiare, l’ossessione del sondaggio di giornata, l’idea che non ci sia un orizzonte lungo, insomma la fiera della strumentalità in un paese che assiste attonito al ballo sulla data. Alla fine ognuno farà come vuole, a partire dal 6 settembre. Niente election day.