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(foto: Ipa)

In tanti rifiutano le chiamate per i test di sieroprevalenza, ed è difficile biasimarli

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Partita l'importante indagine nazionale, occorrono 150mila volontari ma dai primi giorni solo uno su quattro si dice dubito disponibile: una reazione naturale al caos tamponi e al timore di finire nella spirale delle Asl

Con un certo ritardo, lunedì scorso è stata avviata un’indagine di sieroprevalenza dell’infezione da virus Sars-Cov-2 su scala nazionale. Occorrono 150mila persone, selezionate dall’Istat in 2mila comuni in modo rappresentativo e contattate dalla Croce Rossa. Lo studio serve a costruire una fotografia più dettagliata della circolazione dell’agente patogeno nel paese e anche la frequenza in relazione ad alcuni fattori, dal sesso alla regione o all’impiego. Si aggiunge a diverse altre simili iniziative lanciate dalle singole regioni, come quella in corso nel Lazio che punta a 300mila test del genere anzitutto in alcune categorie, quelle più a rischio: sanitari e forze dell’ordine. Sono due cose diverse, che viaggiano in parallelo.

Quella nazionale è un’operazione ritenuta importante, anche se forse dalle dimensioni non sufficienti, per aiutare la gestione dell’emergenza e le politiche sanitarie a livello nazionale e regionale. Comprese riaperture o eventuali chiusure di certi territori o attività. Il reclutamento dei volontari sta avvenendo per telefono grazie ai centri regionali della Croce Rossa Italiana per fissare, in uno dei laboratori selezionati, un appuntamento per il prelievo. Il problema, che però non dovrebbe troppo sorprendere, è che l’adesione dei cittadini è al momento molto bassa: a quanto pare, lo riferisce per esempio Avvenire, dopo le prime 7.300 chiamate di lunedì scorso solo il 25% ha accettato al primo invito. Oltre il 60% delle persone ha chiesto di essere ricontattato. Sembra che vi sia più intenzione di partecipare in regioni come Sardegna, Umbria e Lombardia e che invece si segnali più indecisione in Campania o Sicilia.

Secondo l’Ansa, che fornisce dati aggiornati a ieri, le chiamate effettuate dai 700 operatori della Croce Rossa sono state 15mila. E nonostante Francesco Rocca, presidente della Cri, definisca i dati “confortanti” sottolineando la “risposta positiva dai cittadini”, la realtà sembrerebbe ben diversa. L’operazione è partita malissimo. Appunto, con 33mila morti e oltre 230mila contagi ufficiali, nel pieno di una pandemia, solo uno su quattro si è detto immediatamente disponibile. Qualcosa non torna. La stragrande maggioranza ha evidentemente dubbi di vario genere, generati verosimilmente dal Far West in cui ci siamo mossi in questi tre mesi.

Dubbi, per esempio, sull’attendibilità dei test, su cui gli esperti hanno pareri discordanti, ma soprattutto sulla gestione seguente a un’eventuale individuazione degli anticorpi IgM, quelli prodotti più a ridosso dell’infezione, ed IgG, quelli che garantiscono immunità di lunga durata. Il test segnala infatti se si è entrati in contatto col virus ma non ci dice altro sull’infezione: solo il tampone, cioè l’indagine molecolare di cui così tanto abbiamo avuto e ancora abbiamo bisogno su ampia scala, può stabilire se quell’infezione sia in corso e se dunque si sia ancora contagiosi. Dando il via alla trafila che conosciamo: quarantena, eventuale ricovero se le condizioni peggiorano e doppio tampone negativo per stabilire se si è guariti.

Il punto è che se il test sierologico documenta la presenza di quelle immunoglobuline, ai volontari viene chiesto di mettersi in temporaneo isolamento a casa, in attesa di effettuare un tampone. Questo è il passaggio critico. La palla passerà infatti a quel punto al proprio Servizio sanitario regionale, insomma alla Asl di riferimento, per fissare un tampone naso-faringeo. Si tornerà dunque allo stesso, drammatico collo di bottiglia con cui ci siamo scontrati in questi mesi, quando ministero e Protezione Civile consegnavano alle regioni milioni di bastoncini cotonati spacciandoli per tamponi ma cercavano e ancora cercano i reagenti adeguati per le analisi dei campioni, e altre attrezzature, come fossero oro colato. In Italia i reagenti siamo arrivati anche a farceli in casa.

È dunque naturale che i cittadini rispondano alla pessima gestione delle autorità di cui abbiamo ancora le cicatrici sotto gli occhi con un atteggiamento di scarsa fiducia. A ben vedere, oltre che un’indagine di sieroprevalenza quanto sta accadendo è un indiretto maxisondaggio d’opinione sull’operato del governo e delle autorità: ci fa capire, ben più delle finte piste della “movida” o altri bersagli mobili, che le persone hanno evidentemente timore di precipitare in un labirinto burocratico. In un sistema che, lo abbiamo visto soprattutto in regioni come la Lombardia, non ha funzionato e ha impiegato troppo tempo, quando è arrivata una chiamata, per fissare un esame. Spontaneo domandarsi se anche stavolta, dopo un test sierologico eventualmente positivo, non ci vogliano settimane per farsi un tampone e capire cosa fare e come muoversi.

Non è un caso che il ministro Roberto Speranza e la Croce Rossa abbiano già iniziato a lanciare appelli piuttosto accorati: “È necessario e fondamentale che le persone che verranno contattate dalla Croce Rossa per i test sierologici rispondano positivamente alla chiamata – ha spiegato il responsabile della Sanità a Skyla chiamata potrà arrivare anche al cellulare. Avere questi risultati consentirà ai nostri scienziati di avere un’arma i più di conoscenza dell’epidemia nel nostro Paese”.

In realtà il test è volontario (e ovviamente gratuito) ed è evidentemente importante per una grande quantità di ragioni scientifiche. Su questo non sembrano esserci dubbi anche se a Wuhan si è deciso di effettuare direttamente tamponi a tutti gli 11 milioni di abitanti, e non test sierologici a 150mila come in Italia. Approcci e scelte diverse. Disponibilità e strutture differenti.

Tuttavia porla in questi termini pretende uno sconto davvero molto forte delle responsabilità del governo. Al solito, si sceglie l’approccio paternalistico anziché una chiara dimostrazione di efficacia e buona organizzazione. Non è “necessario e fondamentale” che le persone rispondano positivamente alla chiamata per assoluto spirito di collaborazione o di coscienza di cui si può anche non disporre visto che si tratta di qualità di tipo morale: le persone risponderanno positivamente se sapranno, e verificheranno, che il seguente meccanismo dei tamponi è rapido ed efficace e non comporterà loro perdite di tempo, lungaggini e attese snervanti dopo mesi di lockdown. La coscienza non dovrebbe neanche finirci in questo discorso: basterebbe rassicurare i cittadini con la serietà di una perfetta gestione del cosiddetto “follow up”.

Pure la Croce Rossa precisa che se si riceve una chiamata dal numero che inizia con 06.5510 non si tratta di stalking o truffe telefoniche: “È un servizio che potete rendere al vostro Paese attraverso un piccolo prelievo venoso” ha sottolineato il numero uno Massimo Barra. Giusto. Ma è altrettanto difficile biasimare i cittadini che nutrano forti resistenze sull’opportunità di fornire al paese anche quel servizio, senza alcuna garanzia che il mese seguente a quell’esame, se non un periodo più lungo, non rischi di trasformarsi nel caos a cui abbiamo assistito in questi mesi.