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(Justin Sullivan/Getty Images)

Tupperware prova a uscire dalla crisi

L'azienda famosa per i contenitori di cibo è in difficoltà da anni perché nessuno va più alle feste dove vende i suoi prodotti

Tupperware, la famosa azienda statunitense che produce contenitori di plastica per il cibo, si trova da tempo in difficoltà economiche: difficoltà che sono state aggravate dalla crisi causata dal coronavirus e dal cambiamento delle abitudini di vita delle persone.

Per contenerle, il 26 maggio l’azienda ha proposto ai suoi creditori di ricomprare circa un terzo di un prestito da 600 milioni di dollari (546 milioni di euro), che deve essere restituito tra un anno. Tupperware vorrebbe ricomprarlo a prezzi scontati, pagando 45 centesimi per ogni dollaro. In questo modo spera di alleggerire la pressione economica sull’azienda e riuscire a ripagare il resto del debito tra un anno.

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Gli investitori hanno tempo fino al al 22 giugno per accettare l’offerta; in questo caso, l’azienda pagherà ora 79 milioni di dollari (72 milioni di euro), anziché 175 milioni (160 milioni di euro) tra un anno.

La crisi di Tupperware è stata aggravata tra febbraio e marzo dalle restrizioni dovute al coronavirus e da un’indagine finanziaria sulla sua filiale in Messico dedicata ai cosmetici; l’indagine aveva anche rimandato la chiusura dell’anno finanziario. A febbraio l’azienda aveva comunque detto di aspettarsi, per il 2019, una diminuzione delle vendite almeno del 12 per cento rispetto all’anno precedente. Già a ottobre l’allora direttrice esecutiva Patricia Stitzel aveva spiegato che «di base, le persone non sono più legate al marchio»; un mese dopo aveva dato le dimissioni, dopo solo 18 mesi di incarico.

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I principali problemi di Tupperware sono tre: il crollo del suo modello di vendita; l’avvento dell’e-commerce, che mette a disposizione prodotti a bassissimo costo apparentemente identici ai suoi; la scarsa presa sui clienti più giovani, che collegano i suoi prodotti a quelli usati dai loro genitori.

Tupperware ha fatto successo grazie alla vendita diretta, una strategia alla radice del funzionamento dell’azienda. Venne fondata, infatti, nel 1946 dal chimico Earl Tupper ma le vendite ingranarono solo negli anni Cinquanta, quando Tupper assunse come segretaria Brownie Wise e le diede il compito di ingaggiare una rete di donne per sponsorizzare e vendere i contenitori di plastica e con coperchio ermetico che aveva inventato. Nacque il cosiddetto metodo Home Party Plan: un rappresentante di Tupperware ingaggiava casalinghe, e poi anche donne che lavoravano, per organizzare festicciole a casa o al lavoro dove venivano presentati e venduti i prodotti di Tupperware. Le invitate erano amiche, vicine e colleghe a cui venivano mostrati i prodotti in un’atmosfera informale e piacevole. La padrona di casa riceveva in cambio un regalo, che dipendeva anche dalla buona riuscita delle vendite.

La strategia venne riproposta da molte altre aziende, a partire da Avon, che vende cosmetici e prodotti di bellezza, ed è tuttora usata da Tupperware negli Stati Uniti e in molti mercati in cui ha puntato negli ultimi anni, come il Brasile e la Cina, sperando di poter risollevare le sue finanze e riuscendo a farlo a momento alterni. L’azienda, venduta da Tupper nel 1958, è quotata in borsa dal 1996; circa tre quarti dei suoi 2 miliardi di dollari (1,8 miliardi di euro) di ricavi all’anno non provengono dal Nord America.

Tupperware ha cercato di diversificare l’offerta, vendendo anche cosmetici e altri prodotti per la cucina, e investendo di più sulle vendite online, ma con scarsi risultati. Non è infatti riuscita, per ora, a risultare interessante in un mondo in cui non c’è tempo per incontrarsi di persona, si trova quel che si desidera sui profili Instagram degli influencer e su Amazon si fa fatica a distinguere tra un contenitore originale Tupperware a 23 euro e un set di 6 pezzi che costa quasi la metà.

Intanto a marzo Tupperware ha detto che le vendite del primo trimestre 2020 si erano ridotte del 23 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e che i suoi venditori erano diminuiti del 15 per cento, arrivando a circa 490mila. Sempre a marzo ha nominato come nuovo direttore esecutivo Miguel Fernandez, che aveva avuto lo stesso ruolo da Avon e Herbalife, altre due aziende che si basano sulla vendita diretta.