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Missili Pantsir russi sfilano nel centro di Tripoli, Libia, 20 maggio 2020. I missili sono stati usati dalle milizie del maresciallo Haftar e distrutti dall’esercito libico. (Hazem Turkia, Anadolu Agency/Getty Images)

Washington denuncia la presenza di aerei russi nella guerra libica - Pierre Haski

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Washington denuncia la presenza di aerei russi nella guerra libica

Un comunicato del comando statunitense, accompagnato da foto satellitari, ha confermato che alcuni aerei da combattimento russi si trovano attualmente in Libia per partecipare alla guerra civile. Gli statunitensi hanno rintracciato la rotta seguita da una decina di velivoli Mig e Suchoj: partiti dalla Russia, gli aerei hanno fatto scalo in Iran per poi arrivare in Siria dove sono stati ritinteggiati per nascondere la loro origine. Dalla Siria hanno raggiunto la loro destinazione finale, l’est della Libia.

I velivoli sarebbero pilotati da “mercenari” dell’azienda di sicurezza privata russa Wagner, che ha già inviato centinaia di combattenti in Libia al fianco del maresciallo Khalifa Haftar, il capo militare che sta tentando di conquistare Tripoli.

Finora gli statunitensi si erano tenuti a debita distanza dal conflitto libico, ma stavolta hanno scelto di rendere noto l’intervento della Russia. L’anno scorso era sembrato che Donald Trump avesse preso le parti del maresciallo Haftar, che aveva anche sentito per telefono, ma ora il Pentagono ha deciso di denunciare l’ingerenza di Mosca. Si tratta evidentemente di una svolta in favore del governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale.

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La Libia è ormai diventata la nuova Siria, un terreno di scontro per le potenze in cerca d’influenza.

L’esperienza siriana ha fatto capire a Vladimir Putin che avrebbe potuto senza tanti sforzi occupare il vuoto strategico lasciato dagli Stati Uniti. Il Cremlino sta ripetendo la stessa manovra in Libia, schierandosi dalla stessa parte rispetto agli Emirati Arabi Uniti, all’Egitto e (con una presenza più discreta) alla Francia.

L’altro paese che ha alzato la posta in Libia è la Turchia, intervenuta in difesa del primo ministro del Gna, Fayez al Sarraj. L’armata turca si è precipitata in soccorso del governo assediato di Tripoli, sia direttamente sia inviando migliaia di mercenari islamisti siriani.

Recentemente i droni turchi hanno fatto parlare di sé, distruggendo i sistemi antiaerei russi Pantisir che difendevano una base del maresciallo Haftar nell’ovest della Libia, conquistata dall’esercito di Tripoli. Per Haftar, convinto di avere la capitale a portata di mano, si tratta di un capovolgimento inaspettato.

Dove arriverà l’escalation? Finora a ogni mossa di uno schieramento ne è seguita una del fronte opposto, in un equilibrio del terrore che non permette a nessuno dei contendenti di prevalere. Tutti ripetono che non esiste una soluzione militare, ma nel frattempo continuano ad alimentare la guerra civile. L’escalation proseguirà finché ognuno dei due schieramenti sarà convinto che basti spingersi un po’ più oltre per vincere, e finché il prezzo da pagare per le potenze straniere resterà contenuto.

Tutto questo finirà soltanto quando qualcuno sarà nelle condizioni di mettere fine ai combattimenti. Il problema è che per il momento né le Nazioni Unite né l’Europa, pur avendo tentato di fermare le forniture di armi, sembrano in grado di riuscirci. Restano gli Stati Uniti, il cui intervento del 26 maggio avrà conseguenze ancora difficili da prevedere. Intanto il calvario dei libici continua, e sembra ancora lontano dalla fine.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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