Space Force, recensione: viaggio nel vuoto dello spazio e della solitudine | Cultura Pop

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Come vi anticipavamo nell’annuncio del teaser trailer, sbarca il 29 maggio la serie originale Netflix Space Force, 10 episodi da circa 30 minuti l’uno in grado di raccontare la storia di un progetto tutto americano e letteralmente “fuori dal mondo”. In questa serie, torna l’ironia pungente ed effervescente dei tempi di The Office con l’intramontabile Steve Carell, che da quel tempo ha totalmente perso il nero corvino dei suoi capelli per lasciare spazio a un deciso aspetto brizzolato.

Ma come si suol dire, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”: dopo essersi dedicato a qualche titolo dal genere lontano dalla commedia e dalla sitcom, come Beautiful Boy, assistiamo al suo ritorno non solo sullo schermo, nei panni del generale Mark Naird, omaggiato con una promozione a quattro stelle proprio nell’incipit della storia, ma anche dietro l’obiettivo.

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Carell infatti è co-creatore di questa serie, al fianco di Greg Daniels, già firma di prodotti televisivi seriali di indiscutibile successo e notorietà, quali The Office, Saturday Night Live, I Simpsons e Parks and Recreation. Proprio seguendo le tracce del passato e rispolverando un genere ibrido, a cavallo tra il mockumentary e il workplace comedy, Space Force ripropone un ritorno in grande stile di questa accoppiata creativa, per dare origine a un prodotto tutto sommato godibile, nonostante qualche perplessità sullo svolgimento della trama, soprattutto nella sua risoluzione finale.

Un progetto spaziale

Di cosa parla dunque Space Force? L’assonanza con Air Force non è casuale: se quest’ultimo è il nome ufficiale dell’aeronautica militare americana, di cui ha fatto parte proprio Naird prima della promozione, Space Force è invece un progetto basato sulla realizzazione di una sesta branca delle Forze Armate USA, focalizzata sul presidio totale dello spazio e su un nuovo sbarco sulla Luna, per renderla abitabile e accessibile all’uomo entro il 2024. Un piano ambizioso, in perfetto stile POTUS (alias Donald Trump) ma chi meglio del generale Naird potrà guidarlo?

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Subodoriamo l’ironia e le difficoltà già nei primi minuti della serie, poiché Mark dovrà collaborare con il suo acerrimo rivale, Kick Grabaston, al comando di Air Force. Tra i due non scorre affatto buon sangue, e non se lo nascondono di certo, ma questi dissapori personali avranno dei risvolti anche a livello professionale?

Il lancio della sonda spaziale Epsilon 6 sarà l’inizio di “una serie di sfortunati eventi”, ma in chiave tragicomica e assolutamente godibile. Non ci accorgiamo del tempo che scorre, mentre rimaniamo incollati allo schermo per cercare di scoprire come i diversi nodi narrativi vengano sciolti, episodio dopo episodio. Cos’è successo in quell’anno che distanzia l’ingresso di Mark nella Space Force e il lancio di Epsilon 6? Solo il tempo lo dirà.

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Notiamo come ci si riferisca agli “alti poteri della Casa Bianca” solo attraverso i loro nickname su Twitter (uno stratagemma che speriamo non venga eliminato e riadattato nella versione italiana); un po’ meno sottili invece le stoccate mirate a Cinesi e Russi, senza dimenticare quelle rivolte a Trump sin dal primo episodio.

Riferendosi alla sua presunta dichiarazione, questa viene resa particolarmente verosimile per via del richiamo alle sue celeberrime affermazioni a sfondo sessuale e, se vogliamo, anche sessista:

Boots on the Moon in 2024. Actually, he said “Boobs on the Moon”, but we believed that to be a typo.

Dietro un grande uomo, c’è…

Generale nella Space Force, un po’ meno nelle quattro mura domestiche: qui il vero potere di “generale” non risiede nemmeno nelle mani della moglie Maggie, una Lisa Kudrow in un ruolo purtroppo secondario. Non solo abbastanza in disparte, ma anche molto lontana dal tempo in cui cantava “Gatto rognoso” in Friends;  in Space Force, la Kudrow sembra proseguire la strada intrapresa già con la parte ricoperta in Feel Good (accennavamo alla sua presenza in questo pezzo), dove l’ironia e l’effervescenza non fanno più da padrone e lasciano il posto a una donna più spenta.

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La vita privata risulta dunque piuttosto difficile, con l’assenza di una moglie e la presenza di una teenager fisiologicamente scorbutica, indipendente e distante dal padre. Erin Naird, diciottenne sola, con una piccata e scottante nostalgia di casa, non ha mai accettato il repentino cambiamento di vita a cui è stata costretta. Cerca di stringere amicizia con Angela Ali, capitano granitico che riesce a darle dei consigli e suggerimenti su come farsi forte, ma basteranno per riuscire a ottenere il rispetto degno della figlia di un generale?

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Per fortuna che c’è il Dr. Adrian Mallory, scienziato di tutto rispetto interpretato da un John Malkovitch davvero brillante, nonostante sia una delle rare occasioni in cui non ha scelto il “lato oscuro” del nemico. Sarà proprio lui a fare da spalla a Mark in modo quasi sempre pacato, ma fermo e deciso. Moralmente retto e corretto, sempre alla ricerca di una spiegazione logica dietro ogni accadimento e in grado di salvare diverse volte il generale da situazioni fastidiose; si spiega come Mallory e Naird diventino dunque totalmente complementari.

…una piccola trama

Da un punto di vista di storytelling, il mordente diventa lasco in breve tempo, purtroppo; nonostante il cliffhanger tra il primo e il secondo episodio, il ritmo incalzante dell’episodio pilot si perde nella ridondanza delle scene delle puntate successive. Per quanto la loro durata media non sia eccessivamente lunga, ogni episodio sembra quasi a se stante, eccezion fatta per i primi due.

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Ciascuno racconta una parte di questo progetto, lasciando in sospeso troppo a lungo alcuni subplot, se non addirittura abbandonandoli spesso in un angolo remoto della memoria dello spettatore e recuperarli a sprazzi e con difficoltà solo dopo diverso tempo. Parliamo ad esempio del mistero che aleggia intorno Maggie, della relazione tentennante di Erin con Yuri, il temibile russo anch’esso nell’esercito, senza dimenticare il ruolo del rivale di Mark, Kick.

Uno dei maggiori difetti della trama è infatti quello di disseminare indizi e apparenti sottotrame che si rivelano ultimamente delle strade senza uscita, senza essere più riprese come vicoli ciechi e “dead ends“.

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Ci si concentra invece in maniera assidua sull’evoluzione e sul consolidamento di relazioni tra personaggi principali, che consentono di godere di una recitazione davvero brillante da parte di John Malkovitch, forse la punta di diamante della serie. Non possiamo dimenticarci nemmeno di Ben Schwarz, un ex Parks and Recreation che torna nei panni di “Fuck” Tony Scarapiducci, e possiamo solo lasciarvi immaginare il senso di quel soprannome affibbiato al social media manager di Space Force.

Distanze fisiche e (senti)mentali

In the end, it’s all about loneliness and coping with it. Potremmo riassumere così la sostanza di quanto risiede sotto le stelle di un generale, il sapere di uno scienziato e i disagi di un’adolescente lasciati soli con i propri dissidi interiori. La solitudine è una condizione che caratterizza la vita di tutti i protagonisti, tra amori non ricambiati, lanci nello spazio e pene da scontare.

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Quella di Mark è dettata da una vita così difficile, con una famiglia separata e dai rapporti incrinati, un ruolo di alto rilievo e di conseguente importanza e difficoltà gettate sulle sue spalle, forse non così grandi e forti per poterlo sostenere. Quella di Erin, che lamenta la sua solitudine, causa ed effetto allo stesso tempo di una vita che non riesce a essere come lei vorrebbe. Quella del Dr. Mallory, di fronte a un’esistenza votata alla scienza e spesa per culminare proprio in un progetto come quello di Space Force, accanto alla rivelazione del suo rapporto omosessuale in modo benevolmente ironico davanti a tutta la squadra di scienziati.

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Al di là di questa sfida strenua e all’ultimo razzo tra Stati, nella quale sono coinvolti anche quelli emergenti come l’India, non si fatica a raschiare questo filone narrativo per trovare quello vero, nudo e crudo: l’umanità. Siamo tutti esseri umani, alla fine, e lo spiega bene il dissidio interiore di un generale che perde ogni capacità di controllo sulla sua relazione coniugale, a fronte di una separazione fisica, e ultimamente anche (senti)mentale, vissuta in particolare da Maggie.

We’ve forgotten how good we are together. […] I would wait for you forever.

Houston, abbiamo un problema

Guardando infine alla stesura vera e propria della scrittura di questa serie, abbiamo diverse problematiche, a partire dalla stereotipia che sappiamo essere un recinto pullulante di simboli universalmente compresi e riconosciuti, ma altrettanto triti e ritriti. Si strizza parecchio l’occhio ai tipici cliché della cultura cinematografica americana, che spaziano dai nemici storici russi alle presunte spie cinesi su suolo USA.

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La scelta del cast è parsa piuttosto buona, nel complesso, fatto salvo come anticipavamo per Lisa Kudrow, a nostro avviso piuttosto sprecata per averla messa in un angolo e facendola comparire sullo schermo nemmeno un’ora in tutto. A Steve Carell invece, i panni del generale Naird calzano davvero a pennello in questa serie, riuscendo a bilanciare in maniera equilibrata sia lo stile recitativo in chiave comica à la The Office, sia quello genitoriale e comprensivo di Beautiful Boy, soprattutto perché anche qui torna il tema della difficoltà relazionale e della sconfitta.

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Non ci ha convinto però la lentezza complessiva della serie, un percorso caratterizzato da “nebbie a tratti”, ma che ci consente di vivere un viaggio di qualche ora piuttosto sereno, senza troppi scossoni e con un gruppo di amici e familiari ben amalgamato. Un viaggio però senza meta, né destinazione: il finale rimane infatti tanto aperto e in medias res come gran parte delle sottotrame.

Speriamo che sia un’avvisaglia di una seconda stagione in cantiere nel futuro. In caso contrario, la riuscita di questa serie sarebbe paragonabile alla missione di Apollo 13.