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A ogni giornale le sue intercettazioni Palamara

La consuetudine di far uscire dalle inchieste colloqui personali per generare conseguenze adesso si sta ritorcendo contro magistrati e giornalisti, scrive Francesco Cundari

Da diversi giorni i lettori dei diversi quotidiani si vedono raccontati estratti delle intercettazioni telefoniche relative all’inchiesta sul magistrato Luca Palamara, ma ciascuno dei lettori legge degli estratti diversi: i diversi coinvolgimenti e le differenti posizioni dei giornali rispetto all’inchiesta e in generale ai temi della giustizia (oltre che i rapporti personali tra i diversi giornalisti e alcuni magistrati, partecipanti o citati nelle telefonate), fanno infatti sì che ognuno dei giornali in questi giorni promuova determinate trascrizioni e ne ometta altre, oppure si indigni per determinate trascrizioni e il loro uso strumentale e faccia i titoli su altre. Ne ha scritto mercoledì su Linkiesta Francesco Cundari.

Si sa che in Italia le intercettazioni si pubblicano per i nemici, si riassumono per gli amici e si omettono per i colleghi. Con speciale attenzione per vicini di scrivania, fonti privilegiate e affetti stabili del direttore (categoria in cui rientrano per funzione tutti i componenti della compagine editoriale, con i rispettivi parenti fino al dodicesimo grado, amici anche non tanto cari, amanti e affini).
Fatta questa doverosa cernita informale, non c’è giornalista, o quasi, che risparmi al lettore la puntigliosa trascrizione di ogni genere di insinuazione, calunnia o semplice pettegolezzo sia stato propalato al telefono, anche sul conto di terzi che nulla hanno a che fare con niente (né con l’inchiesta, né con alcuno degli interlocutori) e si ritrovano sbattuti in prima pagina, con tanto di foto e didascalia segnaletica, per l’unica colpa di essere stati nominati. Non di rado semplicemente perché uno dei due intercettati riferiva quello che gli aveva raccontato qualcun altro, che magari a sua volta l’aveva sentito dire da non si sa chi, e così via.
Questa consolidata prassi comune della stampa italiana, questa cultura condivisa del diritto allo sputtanamento del prossimo, lascia comunque ampio spazio per importanti distinzioni, come dimostra abbondantemente il modo in cui i diversi giornali hanno raccontato quanto emerso dai brogliacci dell’inchiesta su Luca Palamara (ex presidente dell’Anm, membro del Csm e capocorrente della magistratura associata).
Da un lato ci sono infatti quotidiani che hanno passato l’intero ventennio berlusconiano a indignarsi per l’indegno mercato delle intercettazioni, impegnati da giorni a pubblicare virgolettati, con tanto di nome-cognome-e-foto, di qualunque cronista abbia parlato con Palamara anche semplicemente per chiedergli un’intervista; dall’altro lato ci sono i quotidiani che hanno passato l’intero ventennio berlusconiano a difendere fino allo stremo il diritto-dovere di pubblicare regolarmente ogni privata conversazione da loro insindacabilmente giudicata una «notizia» (con tanto di «Pronto, chi parla?», «Eh? Che hai detto? Non ti sento…») e adesso infilano a pagina 147 anodine ricostruzioni da cui non si capisce nemmeno cosa sia successo, né con chi ce l’abbiano l’editorialista indignato o l’intervistato contrito della pagina accanto.

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