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Quel che l'emergenza coronavirus ci ha detto delle carceri italiane

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La crisi del Covid-19 ha portato alle scarcerazioni, ma secondo il report annuale di Associazione Antigone le prigioni italiane hanno problemi endemici da affrontare. Il rischio è che dopo l'emergenza si ritorni al punto di partenza 

Quando il primo giugno del 2018 l’esecutivo guidato dall’attuale commissario agli Affari economici dell’Ue, Paolo Gentiloni, concluse la sua corsa, tra le grandi riforme rimaste incompiute c’era anche quella delle carceri che, negli obiettivi dell’allora ministro Andrea Orlando, avrebbe dovuto allargare la possibilità per i condannati di accedere alle pene alternative riducendo così l’affollamento delle case di detenzione italiane. Meno di due anni dopo, l’emergenza coronavirus rimette al centro dell’opinione pubblica la questione delle detenzioni di massa, ed esattamente come allora spinte riformiste e molto più robuste tentazioni legalitarie si contendono l’arena dell’opinione pubblica: la riduzione della popolazione carceraria –da 61.230 a 52.679 persone in poche settimane – avviata in Italia per far fronte all’emergenza sanitaria, continuerà anche quando quest’ultima sarà finita? E l’Italia saprà costruire un sistema penale e regimi di detenzione che, anche grazie alle tecnologie, siano meno punitivi e pericolosi per la salute delle persone?

Il nostro paese non ha avuto, nelle case di detenzione, quel grande focolaio epidemico che si è invece verificato negli Stati Uniti: 2439 casi accertati nel Marion Correctional Institution, in Ohio, altri 1284 nel Trousdale Turner Correctional Center nel Tennesse, ricorda il New Yorker in un articolo intitolato “Will the Coronavirus Make Us Rethink Mass Incarceration? . Sette dei dieci grandi centri di diffusione del virus negli Stati Uniti sono istituti di pena. “Per decenni, i gruppi per i diritti civili hanno puntato il dito sui costi sociali della carcerazione di massa”, scrive il New Yorker, “il suo fallimento nell’affrontare alla radice il problema della violenza e delle dipendenze, gli alti costi per la finanza pubblica, l’ineguaglianza in campo razziale. La pandemia ha messo in luce un altro pericolo del sistema: i rischi per la salute pubblica”.

Anche se l’Italia è riuscita (per ora) a contenere il contagio negli istituti di pena, non può eludere la questione: il nostro paese è da sempre cronicamente incapace (vedi la sentenza Torreggiani) di garantire spazi adeguati a ogni carcerato e questa, oltre a essere una violazione dei diritti umani, è diventata anche una questione di salute pubblica. Secondo il rapporto annuale dell’Associazione Antigone pubblicato venerdì, prima dell’emergenza Covid-19 l’Italia contava 61.230 detenuti con un affollamento del 130%. Significa 15mila persone di troppo nelle carceri. Al 15 maggio, però, i detenuti sono scesi a 52.579, con un tasso di affollamento al 112,2% e 8.551 persone in meno nei centri di detenzione. Il modo in cui si è arrivata a questa diminuzione, però, ci dice molto del rischio che, finita l’emergenza, si ritorni al punto di partenza. 

Vediamo perché: quando scoppia l’emergenza sanitaria in Italia, è subito palese che l’affollamento delle carceri è un grandissimo rischio epidemiologico. Così a legislazione invariata – utilizzando cioè le norme vigenti – da fine febbraio fino al 19 marzo ogni giorno vengono fatte uscire di prigione 95 persone al giorno di media, in molti casi persone in attesa di giudizio che – distorsione tutta italiana – attendevano una sentenza dietro le sbarre. Sono i giorni precedenti e subito seguenti la rivolta negli istituti di pena che il 7,8 e 9 marzo è costata la vita a 13 persone

Subito dopo si accelera: con l’entrata in vigore del decreto Cura Italia, che dispone la possibilità di scontare la pena detentiva a casa negli ultimi 18 mesi, dal 19 marzo al 16 aprile ogni giorno sono uscite di prigione, mediamente, 158 persone al giorno. Dopo il 16, però, c’è una nuova frenata. Come si spiega? Nel rapporto dell’Associazione Antigone, Alessio Scandurra scrive: “Il 17 aprile parte, con un articolo di Lirio Abbate su l’Espresso, una campagna portata poi avanti principalmente da Repubblica che mette in relazione il calo della popolazione detenuta, determinatosi per contrastare la diffusione in carcere del Covid-19, con gli interessi della criminalità organizzata, insinuando addirittura atteggiamenti equivoci da parte della politica o dei vertici del Dap”. Da quel momento, “le presenze in carcere calano di 77,3 presenti al giorno, meno della metà di prima”. Secondo l’associazione, decisivo nella frenata è stato il mutamento di direzione nell’opinione pubblica.

Sono i giorni in cui i giornali pubblicano le liste dei 376 boss che sarebbero usciti di carcere durante l’emergenza coronavirus e che, in realtà, sono solo 3, spiega Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera. A far notizia, però, non è Ferrarella, ma Massimo Giletti che legge in tv la lista incriminata. 

Adesso come due anni fa, a prescindere dal caso di cronaca e da possibili errori, qualsiasi tentativo di ripensare l’esecuzione penale in Italia cozza contro un’opinione pubblica manettara che non accetta di ripensare le grandi storture del sistema italiano, ancora tutte sul tavolo. Un terzo degli ospiti delle case di detenzione, oggi, sono persone in custodia cautelare, ovvero in attesa di giudizio: la media europea è del 23%. Un terzo dei carcerati ha violato la legge sugli stupefacenti, che è oggi uno dei grandi motori dell’affollamento carcerario. I morti per suicidio, solo nel 2019, sono stati 53, altri 17 al 14 maggio. 

Ridurre il numero di reati punibili rivedendo prima di tutto la legge sulle droghe, investire nelle nuove tecnologie di controllo, come i braccialetti elettronici, superando una visione carcero-centrica della pena sono alcune delle proposte avanzate dall’Associazione Antigone ma che paiono lontanissime dall’agenda dell’opinione pubblica prevalente. Basti un solo dato: ad oggi le persone sottoposte a pene alternative al carcere sono 61mila. Senza questa valvola di sfogo, gli istituti di pena italiani avrebbero un sovraffollamento ben sopra al 200%.

Nell’immaginario pubblico questo significa frotte di delinquenti liberi di commettere nuovi reati. Ma non è così: se guardiamo ai dati del primo semestre del 2019, solo il 3,4% delle misure in esecuzione di pene alternative sono state revocate a causa di abusi, solo una ogni duecento è stata revocata perché il beneficiario aveva commesso nuovi reati.