Coronavirus, Stato e Regioni nella storia: l'equilibrio difficile tra i poteri

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Quanto a problemi e a conflitti, il postcoronavirus (ammesso che sia davvero post) se ne annunzia pieno. Con un ovvio bipolarismo tra chi annunzia e magari auspica un salutare ritorno alle pubbliche responsabilità e alle pubbliche iniziative e chi si pronunzia invece in senso diametralmente opposto. Ora, riguardo a molti aspetti di questo problema, non ultimo (anzi!) il conflitto tra stato e regioni a proposito dei tempi e dei modi della "ripresa", mi sembra che la questione sia mal posta. Si citano spesso - magari a vanvera – Guicciardini e il suo «particulare», che a molti sembra una bella parola. Lo confesso: non sono granché d’accordo.

Appartengo purtroppo alla noiosa genìa di chi ritiene che della dimensione pubblica non si possa fare a meno e che male ha fatto chi ha cercato in questi ultimi anni di picconarla. Insomma, sono uno di quelli che per la sinistra (almeno per quella un po’ più colta) è un “fascista” e per la destra (salvo qualcuno) un “comunista”. Ma il fatto è che la partita non si gioca tra i due estremi del “pubblico” e del “privato”, bensì – lo diceva ai primi del secolo scorso un sociologo tedesco Ferdinand Tönnies – fra due dimensioni mediane: quella del “societario”, alla quale appartiene lo stato, e quella del “comunitario” che riguarda le autentiche vittime della società moderna dalla Rivoluzione francese ad oggi, i “corpi intermedi”. Per esempio le regioni, le bistrattate province (che però hanno fatto l’Italia), i comuni.

Va da sé che la crisi recente ha dimostrato come per molti versi e da più punti di vista oggi ci sia bisogno “di più Stato”: in particolare del troppo calunniato welfare state. Andate a chiederlo agli statunitensi che non si sono potuti curare. Non meno evidente è però che in molte situazioni lo Stato deve lasciare il passo ai “corpi intermedi”. L’Italia del 1861 avrà anche scelto il modello centralistico “alla francese”: ma resta un paese policentrico, con mille realtà diverse fra loro. E ciò riguarda soprattutto il paesaggio umano, l’arte, quindi il turismo e la cultura: dagli alberghi ai musei.

Qui, fermi restando i principali irrinunziabili problemi di disciplina e di sicurezza, la casistica è ampia e varia: riguarda i tassi di rischio residuo, le prospettive inerenti qualità e intensità dell’offerta e della domanda, le misure da prendere. Come esistono i microclimi, esistono anche i micromercati, le microesigenze, le microdinamiche. Qui il centro è lontano, lo stato inadatto. Non si tratta di “pubblico” e “privato”. Si tratta dei nostri problemi, della nostra ripresa, della nostra vita. Si tratta di noi.

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