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Regioni, apertura il 3 giugno: Lombardia a rischio, ma Toti li vuole in Liguria

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In Lombardia è ancora alto il numero di nuovi contagi, per questo la regione potrebbe non riaprire i suoi confini la stessa data delle altre. La decisione definitiva venerdì

Sono due i dati che mettono a rischio la riapertura dei confini della regione Lombardia, il 3 giugno, data in cui dovrebbero essere possibili gli spostamenti in tutte le regioni italiane. Da guardare, venerdì, quando si farà il punto, sono indice di rischio netto e indice di rischio potenziale, cioè i nuovi contagi settimanali e il numero di malati complessivi rispetto alla popolazione.

Fino alla settimana scorsa il dato della Lombardia era ancora alto: 2,4 nuovi contagi a settimana ogni 10 mila abitanti, contro lo 0,4 di Veneto e Toscana e lo 0,1 di Sardegna e Sicilia.

Sono però tutti positivamente in discesa gli altri fattori: l’incremento dei nuovi casi è sotto l’1%, i nuovi ricoveri in ospedale sono meno delle dimissioni e le terapie hanno posti liberi.

Tutti i dati nazionali sono in calo, ma almeno un terzo dei contagi è ancora concentrato in regione dove sono ancora potenzialmente infettive 24 persone ogni 10 mila abitanti, contro la media italiana del 9,2. È questo il motivo per cui l’apertura dei confini della Lombardia potrebbe essere ritardato di una o due settimane. Lo stesso vale per il Piemonte anche se l’indice di rischio potenziale è più basso, al 17,4.

C’è però una regione che apre le braccia a chi vive in Lombardia. «In Liguria molti lombardi hanno le seconde case», ha detto il presidente ligure Giovanni Toti. «il turismo da noi vale il 20 per cento del Pil, impossibile parlare di turismo senza passaggio interregionale…». Toti è pronto ad accogliere tutti senza timori anche dalle regioni con maggiori contagi che sono anche quelle direttamente confinanti con la sua: Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna.

C’è chi è più restio all’apertura. Sicilia e Sardegna vogliono gli spostamenti, ma non vogliono rinunciare alla sicurezza. Christian Solinas, governatore sardo, continua a ribadirlo: «Noi chiediamo che i viaggiatori certifichino prima di partire la propria negatività al virus. In maniera semplice e senza costi proibitivi, che poi comunque rimborseremo, le persone dovrebbero poter fare nei laboratori della propria città o dal proprio medico di famiglia dei test che siano validati poi dalle autorità sanitarie. Ora sta al governo fare la sua parte e semplificare l’accesso ai test. Se questo verrà fatto, sarà poco rilevante che si arrivi da questa o quella regione, perché sarà certificato lo stato personale rispetto al virus».

L’alternativa è già pronta in porti e aeroporti: un’app per la registrazione degli ingressi, un questionario epidemiologico per l’accesso ed un’autocertificazione oltre che gli ordinari controlli sulla temperatura. Anche Nello Musumeci, in Sicilia, sta valutando «l’ipotesi di un passaporto sanitario». La decisione finale dopo la conferenza stato-regioni di venerdì, il giorno in cui arriveranno anche i dati fondamentali per la riapertura.