GionnyScandal: «Estate state of mind»

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Il 27 maggio esce «Pesca», brano reggaeton che promette di essere il nuovo tormentone estivo. Nell'era del Coronavirus, delle discoteche chiuse e di una stagione che sembra sospesa, Gionata Ruggeri spera che «la musica possa aiutare a normalizzare il virus»

«Di solito, basta poco. Una parola, un suono. Riesco a tradurre un’idea in musica, riesco a spiegare al mio produttore come vorrei suonasse un pezzo, ma questa volta è andata diversamente». GionnyScandal, che nel settembre scorso spiegava con malcelato orgoglio quanto pionieristica fosse la propria arte, ha patito un blocco, il primo della sua carriera. A Meda, dove il Coronavirus lo ha costretto a stare, non ha saputo sviluppare il ritornello che gli suonava in testa. «Lo sentivo echeggiare.

“Quando muovi quella pesca, mi fai girare la testa”», dice Gionata Ruggeri, consapevole di come la «pesca» abbia ormai perso il suo primo significato.

Il frutto rosa che, sulla carta, porta con sé il profumo dell’estate, dei primi caldi e dei primi viaggi, è diventato, nel lessico di Instagram, la metafora del didietro. «È molto clickbait», spiega il cantante, cui la collaborazione con Max Pezzali, nel novembre scorso, ha restituito la voglia di sperimentare, oltre i generi e le etichette, oltre le imposizioni di una società che sembra aver bisogno di poter catalogare ogni suo membro. «L’emotrap ha cominciato a farmi sentire un po’ infelice, insoddisfatto. Sentivo il bisogno di fare altro, di non entrare in studio schiacciato dall’imperativo di scrivere di amore», ammette GionnyScandal, la cui Pesca, in uscita oggi, 27 maggio, promette di essere il tormentone di un’estate che non c’è, hit reggaeton nella stagione delle discoteche chiuse.

Com’è nata questa Pesca?
«Prima della quarantena, ho messo su Instagram un post in cui spiegavo di essermi rotto le scatole a fare sempre lo stesso genere, sempre le stesse canzoni d’amore. Pesca è partita da qui. Sono stato in studio, prima del lockdown. Ce l’avevo in testa».

E perché ci ha messo tanto a farla uscire?
«Non riuscivo a completarla. Una sera, giocando alla Playstation con Eddy Veerus, il cantante del Pagante, gliel’ho fatta sentire. “Frate”, gli ho detto, “Ho bisogno di un’altra testa, vieni in studio”. È venuto, mi ha aiutato. Siamo riusciti a completare la canzone».

Quindi è un featuring.
«No. Si è trattato di una collaborazione autorale. Io ho scritto il 95% del brano, Eddy lo special finale».

Le capita spesso, di chiedere aiuto agli amici?
«Capita che io faccia ascoltare loro i miei brani in anteprima. Anche con Pesca è successo. Boro Boro l’ha avuta, Fred De Palma, che da due anni a questa parte è il king dei tormentoni estivi, mi ha detto che è fortissimo. Magari floppa, non lo dico con arroganza. Io sono molto autocritico e non è da me pensare che ogni mio pezzo debba essere una hit, ma questo spacca».

Pesca, quindi, è un piccolo manifesto programmatico: non farà più emotrap.
«Non solo, no. Due mesi fa, prima che succedesse questo putiferio del Coronavirus, andando in studio ho cominciato a sentirmi limitato. Volevo fare altro, non ‘sta roba sempre triste, sempre sull’amore».

Ed è possibile, da cantante, fare tutto: rap, pop, reggaeton?
«Sì, ho pensato che musica è andare in studio e scrivere quel che provi nel momento in cui varchi la soglia. Io sono uno abbastanza versatile, e il disco che verrà sarà inaspettato. Pesca rimane, però, unica nel suo genere».

Crede che il pubblico sia pronto a comprare un disco senza etichette, non pop, non rap, ma «tutto»?
«Penso di sì. La musica è talmente satura e piena di generi e sottogeneri che un disco non ha più la funzione di un tempo. credo sia diventato la playlist dell’artista che lo produce, la raccolta di singoli già usciti uniti a qualche inedito. Ovviamente, non per tutti è possibile fare una cosa di questo tipo. Vasco Rossi non può alzarsi una mattina e decidere di mettersi a fare trap. Ma noi giovani questa possibilità l’abbiamo».

A novembre 2019, con Max Pezzali, ha cantato Siamo quel che siamo. Ci saranno altri featuring nell’album che verrà?
«Ce ne sono due o tre in ballo, ma è tutto ridotto alla fase embrionale. Vorrei dare priorità alle amicizie, ma non sempre l’amicizia è sufficiente. Capita che alcuni artisti abbiano l’agenda tanto piena da non poterti dare retta».

Si aspetta delle critiche dai suoi colleghi per Pesca?
«Le critiche ci sono sempre, qualunque cosa ciascuno di noi faccia. Se dessi peso a tutto, non riuscirei più a lavorare. Questo periodo di lockdown mi ha aiutato a riflettere, a livello personale e professionale. Mi sono detto che quel che più conta sono io: entrare in studio e uscirne felici. Gli altri pensano a se stessi, ed io devo fare altrettanto».

Come ha vissuto il lockdown?
«Ne abbiamo approfittato, io e il mio produttore, Sam Lover. Non potendo andare in studio, abbiamo chiesto alla Universal di affittare per noi una casa a Milano, che avesse qualche comfort. Ci siamo chiusi dentro e abbiamo scritto per due settimane».

Roba personale, stile Black Mood?
«Io invento pochissimo, di regola. Pesca è meno autobiografica, ma la gran parte di quel che scrivo parte da vicende personali. Black Mood, però, è stato concepito in un periodo bruttissimo della mia vita, un periodo in cui ho sofferto di depressione e di attacchi di panico. Questo periodo è passato, e brani del genere, nel nuovo album, non ce ne saranno».

Ma ha senso uscire con un pezzo estivo nell’epoca di un’estate senza spiagge o discoteche?
«Ce lo siamo chiesti, ne abbiamo parlato tanto. Ci siamo confrontati sull’opportunità di scrivere un pezzo ballabile con le discoteche e i locali chiusi e, alla fine, ci siamo detti che la musica vive e deve vivere sempre, anche nel letto di un singolo individuo, con le cuffiette in testa».

Come pensa la accoglierà il pubblico?
«Spero che Pesca possa aiutare a normalizzare il periodo che stiamo vivendo, spero possa aiutare a pensare positivo. Fare un pezzo triste in questo periodo, con la gente preoccupata per sé, per le proprie sorti economiche, non mi sarebbe sembrato corretto. Lo svago estivo credo possa aiutare tutti noi a lasciarci alle spalle il problema del virus».

Tiziano Ferro ha chiesto risposte per le sorti delle maestranze. Da artista, come l’ha presa?
«Penso che il nostro mestiere sia sempre stato messo in disparte. Ancora adesso, nel 2020, è pieno di gente che mi chiede: “Ma di lavoro vero cosa fai?”. Alcuni miei zii sono ossessionati da questa domanda. Era scontato che Conte, in prima serata, non avrebbe affrontato il tema di musicisti e maestranze. Cosa, questa, che non penso sia giusta».

Perché?
«Perché è un lavoro, non il mio lavoro, ma un lavoro e come tale va tutelato. Ogni professione che presenti problemi o criticità a livello socioeconomico andrebbe tutelata. Se ci sarà mai un’iniziativa alla quale prendere parte per sensibilizzare su un tema che va oltre me o Tiziano Ferro, ci sarò. Quando si ferma un artista, si fermano i tour, i fonici, i tecnici. È una catena».

Come vede il futuro dei tour?
«Non saprei. Adesso si parla di concerti al chiuso, dove le persone, non più di duecento, stiano sedute, ben distanziate. Ma come si fa? Per renderlo sostenibile, come si fa? Si fanno pagare i biglietti 16 mila euro?».

I tour online sono un’alternativa valida?
«Sul breve termine, forse. La cosa più bella del mio lavoro è andare in tour e fare concerti. Questa potrebbe essere un’alternativa, ma non una soluzione. Momentaneamente, portare un concerto online aiuta ad accontentare chi ha comprato un biglietto e non può più usarlo, ma spero non sia per sempre».