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Stefan Klein: «Vi racconto come cambia la nostra percezione del tempo con l'isolamento sociale»

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Stefan Klein è uno scrittore e saggista tedesco particolarmente attento ai temi scientifici e alle grandi questioni filosofiche del nostro tempo. Autore de “Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita. Istruzioni per l'uso” (Bollati Boringhieri), un libro che sembra essere fatto per farci riflettere in tempo di distanziamento sociale in epoca di coronavirus, ha risposto ad alcune nostre domande dal suo ritiro nella campagna tedesca, in una regione lussureggiante e costellata di laghi, a Nord Ovest di Berlino.

Abbiamo tutti passato molte settimane chiusi in casa. Cosa succede alla nostra percezione del tempo, quando sembra che poco o nulla stia accadendo? 

«La strana cosa che succede è che la nostra percezione del tempo si espande e si contrae allo stesso teempo. Quando sei chiuso in casa, è come se il tempo durasse per sempre, e non passasse per niente.  Ma quando ti guardi indietro e ricordi l’esperienza delle scorse sttimane durante il lockdown, è come se il tempo fosse evaporato. Si tratta dell’effetto contrario di quando visitiamo un posto nuovo - a me piacerebbe andare a Palermo per esempio, ci riuscirò? - il tempo passa più velocemente perché ti trovi in un nuovo ambiente; e quando torni alla tua vita di sempre  sembra che quel viaggio sia durato molto più a lungo».

Un esempio?

«Questo effetto di distorsione del tempo è stato notato, per esempio, nei carcerati, nei prigionieri. C’è un famoso studio di Erich Auerbach su “La montagna incantata” di Thomas Mann, che descive la situazione, all’inizio della seconda guerra mondiale, quando i malati di tubercolosi vengono ricoverati nei sanatori: luoghi in cui nulla sembrava succedere. Ora, da circa vent’anni, sappiamo che non esiste un innato senso del tempo. Il cervello calcola il passare delle ore in base a quante informazioni riesce a processare; ma quando sei in lockdown o in sanatorio, o in prigione, non succede granché. E se ti guardi indietro, e cerchi di ricostruire ciò che è successo, non trovi più niente».

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Come reagire all’isolamento sociale forzato?
«Dipende dalla situazione. Io ho cominciato a scrivere il mio nuovo libro e quindi, per me, sono successe molte cose. Ho finito due capitoli interi. Così, se penso a quando sono arrivato qui nella campagna tedesca mi sembra che sia passato un sacco di tempo. Dipende da quante esperienze si riescono ad avere. Qui la natura è cambiata molto repentinamente, dall’inverno all’estate - in Germania non c’è un passaggio graduale delle stagioni - e osservare questi mutamenti del fogliame, del paesaggio, è stato importante per rendermi conto che è passato molto tempo. Qui è molto bello, posso camminare a lungo senza incontrare mai nessuno, perché è una zona molto poco popolata. Non è come sentirsi in prigione».

Come ha passato il tempo durante il lockdown?

«Credo che sia importante strutturare il proprio tempo, per dargli un senso. Ne “La montagna incantata” c’è una bella frase: “Se tutti i giorni sono uguali, sembrano un giorno solo”. Ho cercato di programmare il mio tempo, senza fare troppa differenza tra un giorno e l’altro, senza pensare al weekend e cose del genere. Alcuni amici hanno cominciato a studiare lingue, o a leggere “Guerra e pace” di Tolstoj; io ho usato questo periodo per leggere Moby Dick, un libro che ero mai riuscito a leggere.  Moltissimi tedeschi hanno dato sfogo alla propria creatività, facendo piccole ristrutturazioni in casa, rinnovando stanze, e cose del genere. In questo modo, sei consapevole di cosa hai fatto durante il giorno, perché lo vedi davanti a te. Un amico a Berlino - che non può proprio uscire perché ha una malattia autoimmune - ha cominciato a scrivere un libro. Strutturare il proprio tempo - piuttosto che stare a guardare tutto il tempo le serie su Netflix - è importante».

Il tempo è l’elemento in cui noi esistiamo, dice Joyce Carol Oates, che lei cita nel suo libro.

«C’è una famosa disputa sull’argomento: Isaac Newton sosteneva che il tempo fluisse indipendentemente da ciò che accadeva, mentre Leibitz disse che no, non era vero, in assenza di eventi non ha senso parlare di tempo. Ora sappiamo che era quest’ultimo ad avere ragione, ed era a questo che si riferiva la scrittrice canadese».

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Lei racconta nel suo libro anche la storia di Michel Siffre, un geologo che ha vissuto a lungo in una caverna, per scoprire cosa accade, quando nulla accade. E ovviamente ha perso la percezione del tempo. La nostra situazione è paragonabile alla sua?

«Sì e no, è diversa perché noi abbiamo una connessione con il mondo esterno: vediamo il sole che sorge, la differenza tra giorno e notte, e questo è molto importante. Siffre ha affrontato una situazione molto impegnativa, in quella caverna». 

Crede che gli esseri umani abbiano delle colpe, per questa pandemia?

«Forse non per questa. Stiamo vivendo un periodo insolitamente caldo e secco: è colpa nostra? Non lo sappiamo, ma di certo vivremo sempre più spesso periodi del genere per via del global warming. Abbiamo accresciuto le possibilità di migrazioni di virus da animali a umani, restringendo gli habitat naturali di molte specie; e siamo colpevoli di non avere attenzione nei confronti della natura. Dopo l’11 settembre la nostra società ha puntato tutto sulla protezione dalla violenza di altri esseri umani. Ma abbiamo sottostimato le minacce che possono venire dal nostro ambiente».

Ora cosa sta scrivendo?
«Un libro sulla creatività, ma non posso dire ancora molto: non lo sa neanche il mio editore».