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I ricordi di Moriero: "Gigi Simoni un signore, l'Inter era una banda di matti"

L'ex ala si è raccontato in diretta Instagram con Il Cuoio: "La svolta è stata nel Lecce, contro la Juve di Cabrini. Quel giorno sono diventato un calciatore vero"

TORINO - Francesco Moriero si è raccontato in una lunga chiacchierata su Instagram con il Cuoio, rivelando tanti aspetti interessanti della sua carriera da calciatore. Inevitabile partire con un pensiero per Gigi Simoni, il suo ex allenatore all’Inter, scomparso da pochi giorni: "Il suo libro è sempre vicino a me, lui non è andato via – dice l’ex ala pugliese, che oggi ha 51 anni - mi piace averlo accanto e guardare i suoi occhi e il suo sguardo. Ha vinto otto campionati, ha allenato l'Inter... Lo ricordiamo tutti come un signore, come una persona umile. Non era facile allenare quell'Inter, perché eravamo una banda di matti. Mi ricordo uno dei primi giorni, quando l'allenatore entra nello spogliatoio e dice sempre le stesse cose 'Ragazzi dobbiamo vincere, qua e là'. Lui entrò e disse 'Ragazzi qui siete tutti uguali tranne uno'. Ci ha conquistato con la sua semplicità. Poi se serviva, sapeva anche alzare la voce, ma l'ha fatto poche volte. Io me lo porto dentro anche per la mia carriera da allenatore, perché è un punto di riferimento. Lui trattava tutti allo stesso modo, Ronaldo come Moriero, Moriero come il ragazzo della Primavera. Faceva sentire tutti importanti. Mi ricordo in una partita di Coppa Uefa mi disse 'Checco tu non devi pensare a giocare come un calciatore normale, tu sei un calciatore fortissimo. Devi essere un esempio per questa Inter'. E io me lo guardavo come a dire 'Mister ma che c... stai dicendo?”.

Moriero, l'Inter e Baggio

Moriero continua nel suo ricordo di Simoni: “Era un signore. Ricordate la famosa partita con la Juve? Dava del lei all'arbitro. Il primo anno all'Inter meritava di vincere tutto, la squadra era fortissima, noi siamo stati sfortunati negli episodi... Mettiamola così... L'anno dopo c'è stato un esonero ingiusto, cosa che ha confermato anche Moratti anni dopo”. Poi parla della finale di Coppa Uefa vinta contro la Lazio il 6 maggio 1998 con l'Inter, ma giocata partendo dalla panchina: “Ero incaz... nero, avevo fatto tutte le partite, mi ero meritato di giocare la finale, ma il mister mi mise in panchina. Ma noi rispettavamo le decisioni del mister, in quell'anno eravamo stati tutti fuori tranne uno... Poi guardi la formazione e vedi che quella sera giocavano Djorkaeff, Ronaldo e Zamorano, quindi poi capisci che magari con Moriero la squadra sarebbe stata ancor più sbilanciata. Ed è stata la prima volta che ha giocato con tre punte, ha stupito tutti. Noi non eravamo tesi, eravamo anzi convinti di poter vincere, anche se loro erano molto forti. Con la Lazio avevamo perso a Roma, mi ricordo che Colonnese andò da Ronaldo e gli disse 'Guarda che quelli della Lazio sono tranquilli, perché sei l'unico che non gli ha fatto gol'. E Ronnie disse 'va bene, allora adesso gli faccio vedere io'. E infatti... Li ha fatti diventare scemi poracci... Ma la Lazio, va detto, era una grande squadra. Ma anche noi eravamo forti. Quell'Inter era veramente forte. Con l'arrivo di Baggio, Roby prende la 10, Ronaldo la 9 e Zamorano s'inventa l'1+8? Il cileno aveva sempre avuto la maglia numero nove nella sua carriera, ma la nostra era una squadra di matti... Ai Mondiali del '98 io ero quasi sempre in camera di Baggio e lo caricavo. 'Vieni all'Inter, qua si vince, c'è un grande presidente'. Poi lui ha dichiarato che era stato quasi sempre tifoso dell'Inter, non voglio sbagliare, non voglio metterlo in difficoltà. Comunque ci abbiamo lavorato. Con lui, Zamorano, Ronaldo, Recoba... In attacco c'era di tutto e di più. C'era anche Ventola, a centrocampo Pirlo, dietro Bergomi... L'anno dopo arrivò Vieri, poi Seedorf, Blanc, Cordoba, Jugovic, Di Biagio, poi c'erano Panucci, Paulo Sousa... A nomi era una squadra stratosferica, ma abbiamo vinto poco. L'allenatore ideale per vincere con quella squadra era Simoni, perché era amato dalla gente, dalla squadra, una squadra che era consapevole di essere forte e di poter vincere lo Scudetto. Lo abbiamo fatto diventare pazzo però... Io ci scherzo sempre con Colonnese, Galante e Pagliuca: noi eravamo la squadra più abbronzata d'Italia nel 1997-98. Sapete perché? A parte Taribo West, vabbè, un pazzo scatenato, che faceva le preghiere prima dell'allenamento, tutti in cerchio, con una mano in testa su chi capitava, su me, su Ronnie... Ma più che altro il fatto è legato alla lampada. Ronaldo e Pagliuca avevano un problema alla pelle, allora Volpi aveva fatto comprare la lampada, più la sauna. Loro facevano i 10', poi andavano via. Io, Colonnese, Zamorano, Galante andavamo dietro e sembravamo tutti fratelli di Taribo. Eravamo proprio neri, abbronzati. Una banda di matti vera”.

Simoni e Mazzone

 "Cosa cambia tra Simoni e Mazzone? Sono due personaggi molto diversi - spiega Moriero - Mazzone l'ho avuto da ragazzo, mi ha fatto esordire in prima squadra a 17 anni in Coppa Italia contro la Juve di Cabrini. E ho detto tutto... Non mi tremavano le gambe, è stato il destino... Non ero neanche convocato in quella partita. All'epoca esisteva il ritiro di un mese con la prima squadra dove venivano aggregati 3-4 ragazzini. Io ero con la prima squadra dai 14 anni insieme a Conte, Garcia, Petrachi".

La sfida contro la Juventus

Moriero ha raccontato altri dettagli della sfida con la Juve: “Stavo giocando un torneo in spiaggia e mio padre mi venne a prendere perché Mazzone mi voleva in prima squadra. Sono andato in ritiro in ciabatte, ancora sporco di sabbia. Ho incontrato nell’ascensore dell’albergo il mister, che mi ha chiesto se ero emozionato, gli ho detto di no e lui mi ha comunicato che avrei giocato. Ho giocato contro Cabrini e non sono più uscito. Da quel giorno sono diventato un calciatore vero”. Poi ricorda l'esperienza al Cagliari: “Arrivammo sesti in campionato, qualificandoci per la Coppa Uefa. Penso che siamo stati tra le più forti squadre del Cagliari dopo quella di Gigi Riva. In Sardegna ho lasciato il cuore, sono andato via da Cagliari piangendo”.

La rovesciata come Pelé in 'Fuga per la vittoria'

La mente va poi alla Roma e alla partita contro lo Slavia Praga del 19 marzo 1996, quando i giallorossi vinsero 3-1, ma vennero eliminati dalla Coppa Uefa per un gol subito agli ultimi istanti dei supplementari da Vavra: “Quella partita doveva finire 12-0 per noi. Non ci sono spiegazioni, per me quella partita si è chiusa sul 3-0, non riesco a vedere il finale. Però ho un ricordo stupendo della Roma”. Infine i pensieri si tingono di azzurro, con la doppietta in nazionale segnata al Paraguay il 22 aprile 1998: “Il ct Maldini aveva detto che non era sicuro di convocarmi successivamente perché diceva che avevo poca esperienza internazionale. Io non riuscivo a capire questo discorso e ho deciso che avrei dovuto lasciare il segno: mi sono visto con Gigi Di Biagio ‘Fuga per la vittoria’. E così, in partita, ho fatto una rovesciata come Pelé nel film”. Tra i gol che ricorda con più piacere, però, ce n’è un altro, ai tempi di Cagliari, contro il Pescara il 6 giugno 1993: “Feci scavino e rovesciata. Volevo fare un gol speciale per Mazzone, che era destinato ad andare alla Roma”.