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Gran Bretagna, Cummings non si pente, per Boris è la crisi più grave

Il consigliere di Downing Street ha violato la quarantena ma non chiede scusa. La difesa del premier

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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
Londra È la più grave crisi politica che ha investito il governo di Boris Johnson da quando si è insediato a Downing Street: e la tempesta non dà segni di potersi dissipare rapidamente.

Ieri è stata un'altra giornata di calvario. Il super-consigliere del premier, l'onnipotente Dominic Cummings, si è presentato nel giardino di Downing Street per una conferenza stampa nella quale ha tentato goffamente di difendersi dalle accuse di aver violato la quarantena. Sabato i giornali inglesi avevano rivelato che Cummings, tra la fine di marzo e gli inizi di aprile, era andato a casa dei genitori a Durham, a 400 chilometri da Londra, pur avendo lui e la moglie sviluppato sintomi da coronavirus.

Il consigliere di Boris ha spiegato che lo aveva fatto per portare al sicuro dai nonni il figlioletto di 4 anni, che altrimenti rischiava di ritrovarsi in casa con i genitori ammalati: ma non è risuscito a spiegare in maniera convincente il motivo di una gita fuori porta in una vicina località turistica («volevo farmi controllare la vista prima di tornare in macchina a Londra», ha detto, scatenando le ironie del web).
Cummings ha sostenuto di non avere rimpianti per quello che ha fatto e di non avere nulla da rimproverarsi: ma se la sua disperata auto-difesa può sembrare comprensibile, quello che appare di ora in ora più stupefacente è la volontà di Boris Johnson di fare da scudo al suo consigliere.

Già domenica il premier si era presentato a sorpresa in conferenza stampa per respingere le accuse mosse contro Cummings: e ieri sera lo ha fatto di nuovo, noncurante del fuoco di fila delle domande dei giornalisti. Non è però solo la stampa, inclusa quella «amica», a incalzare il governo: ieri già oltre venti esponenti del partito conservatore erano scesi in campo, assieme a una serie di altre personalità pubbliche, per chiedere la cacciata di Cummings. Una eventualità che Johnson continua a escludere.

Il primo ministro sta accettando di subire un danno politico incommensurabile pur di non lasciar andare il suo «Rasputin»: perché Boris a Cummings deve tutto, dalla Brexit al suo trionfo elettorale. Ma c'è anche il sospetto che, senza il suo super-consigliere, il premier sia consapevole di non essere in grado di guidare la machina del governo: lui è bravo a fare spettacolo, a intrattenere l'opinione pubblica, ma i dettagli dell'azione quotidiana li lascia agli altri. Ora però il pubblico sembra tutt'altro che divertito dallo scandalo Cummings, dal quale traspare un doppio standard per l'élite e per la gente comune: un azzardo che Boris potrebbe finire per pagare caro.