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In difesa degli assistenti civici, l’ultima spiaggia per i nuovi poveri della Fase 2

Gli assistenti civici di oggi sono i poliziotti di ieri di cui parlava Pasolini, solo che prima, ai tempi del ’68, si reclutavano poliziotti tra i poveri assicurando loro la garanzia di un reddito a vita, la pensione, e la possibilità di mandare i figli a scuola così che potessero ambire a professioni diverse da quella dei padri. Ora, niente di tutto questo, precari erano, precari rimarranno. Di loro non sapremo nulla, neppure il nome, sapremo solo che non hanno soldi. Una nudità manifesta, feroce perché unidirezionale, impensabile anche in un Paese come la Svezia, dove i dati fiscali di ciascun cittadino, dal politico al calzolaio, sono in un database open source accessibile per chiunque, a patto di avere i dati anagrafici, certo. Dell’assistente civico si saprà il reddito, anzi, peggio, l’origine del suo reddito, senza conoscerne la storia. Al di là delle facili battute sui delatori, non è difficile intuire che dietro la solerzia di molti di questi volontari si celerà la speranza di una stabilizzazione occupazionale, e no, c’è poco da ridere. C’è, invece, da stare lucidi, ripensare un nuovo welfare, e agire in fretta, prima che questo nuovo meccanismo di costruzione dell’ordine improntato allo stigma sociale passi come l’unica alternativa alla crisi.

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60mila assistenti civici reclutati tra i disoccupati, cassaintegrati e coloro che usufruiscono del reddito di cittadinanza. Di chi ci dirà di allontanarci o di sederci più in là non sapremo nulla, neppure il nome, sapremo solo che non ha soldi. Una nudità manifesta, feroce perché unidirezionale, impensabile anche in un Paese come la Svezia, dove i dati fiscali di ciascun cittadino, dal politico al calzolaio, sono in un database open source accessibile per chiunque. A patto di avere i dati anagrafici, certo. Dell’assistente civico si saprà il reddito, anzi, peggio, l’origine del suo reddito, senza conoscerne né il nome né la storia.

Al di là delle facili battute sui delatori, non è difficile intuire che dietro la solerzia di molti di questi volontari si celerà la speranza di una stabilizzazione occupazionale, e no, c’è poco da ridere. C’è, invece, da stare lucidi, ripensare un nuovo welfare, e agire in fretta, prima che questo nuovo meccanismo di costruzione dell’ordine improntato allo stigma sociale passi come l’unica alternativa alla crisi. Al momento il dibattito pubblico si sta muovendo sul terreno della libertà in una polarizzazione che vede da una parte la squadra securitaria, preoccupata della salute pubblica e perciò promotrice dell’ordine pubblico, o viceversa, dall’altra la squadra libertaria, preoccupata della libertà individuale e perciò promotrice della responsabilità individuale, senza guardie e assistenti a controllare. Libertà, dunque. Libertà di bersi una birra con gli amici e “vociare” con buona pace degli editorialisti mal disposti nei confronti dei giovani; libertà di fare domande scomode in conferenza stampa, con buona pace del premier; libertà di manifestare ed esprimere, con le dovute accortezze, apportando magari proposte realizzabili anziché slogan, con buona pace del Governo. Giusta, guadagnata, inviolabile, di più, costituzionale libertà. Oltre alla libertà, però, c’è anche la lotta tra poveri. Tra chi riesce ancora a vivere senza reddito assistenziale dello Stato, perché magari a trent’anni condivide l’appartamento e i soldi per il dentista li prende da mammà, e chi, invece, ai sussidi statali ha già dovuto fare ricorso, anche prima del Covid-19. Una lotta tra poveri non meno preoccupante della lotta tra classi (da non confondere con la lotta di classe nda). Classi non più sociali in senso classico, in riferimento al cosiddetto status symbol, ma reddituali. Lotta tra classi reddituali, lotta tra ISEE, fine, niente di più desolante.

Immaginiamo Piero che si avvicina alla ricca (o pseudo ricca) Lavinia per invitarla a farsi più in là, proprio mentre lei parla fitto fitto dell’argomento che più le sta a cuore, il suo psicanalista: lo scontro non sarà tra delatore e libertaria, ma tra ISEE inferiore a 15mila euro e ISEE maggiore di 30mila. E no, non sarà divertente. Sarà violento, soverchiante, come nel ’68, quando Pier Paolo Pasolini pubblicò su L’Espresso il testo che molti, ancora oggi, citano a sproposito, come prova di un intellettuale destrorso, reazionario, “amico delle guardie”. Dopo gli scontri di Valle Giulia tra studenti e poliziotti, l’intellettuale, il più anticonformista del Novecento italiano, si rivolse proprio a loro, ai giovani (che ieri almeno scendevano nelle piazze, oggi si atteggiano a gauche caviar snocciolando meme ironici via Facebook):

Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.

E a quei piccoloborghesi scesi in piazza sia pure per cause nobili chiedeva di guardare meglio i poliziotti, andando oltre l’immagine del potere autoritario che rappresentavano:

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Delatori, spioni, frustrati, al di là dei giudizi di merito, sono poveri che sperano, purtroppo invano, di superare lo stigma sociale svolgendo una funzione utile alla “salute pubblica”. Prima, ai tempi di Pasolini, si reclutavano poliziotti tra i poveri assicurando loro la garanzia di un reddito a vita, la pensione, e la possibilità di mandare i figli a scuola così che potessero ambire a professioni diverse da quelle dei padri. Ora, niente di tutto questo, precari erano, precari rimarranno.