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(foto: Getty Images).

Lo Stato supporta i videogame con 4 milioni a fondo perduto. E fa benissimo

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Perché il fondo First Playable Fund compreso nel "DL rilancio" è sensato e come i nostri produttori di videogiochi potrebbero sfruttarlo nel migliore dei modi

Con quattro milioni di euro a fondo perduto, lo stato italiano sosterrà le fasi di concezione e pre-produzione dei videogiochi, nella misura del 50% delle spese ammissibili e per un importo compreso fra i 10mila e i 200mila euro per singolo prototipo (quindi per progetti da 20mila a 400mila euro in tutto). Il contributo, di tipo industriale, impone la finalizzazione dei progetti entro 18 mesi. Lo stabilisce, nell’ambito di un più ampio piano di incentivi alle startup da 314 milioni, il ribattezzato First Playable Fund, pubblicato in Gazzetta ufficiale pochi giorni fa, inserito nel cosiddetto Dl Rilancio e fortemente voluto dall’associazione di categoria, Iidea (la ex Aesvi).

Senza precedenti, la misura è significativa per motivi diversi: anzitutto per la spinta che potrebbe dare alla piccola e per certi versi fragile produzione tricolore, risultando in alcuni casi salvifica. Mentre l’Italia, con una spesa di 1,7 miliardi di euro nel 2018, è infatti fra i dieci maggiori consumatori al mondo di videogame, dal punto di vista produttivo ha un giro d’affari che si aggira attorno ai 60 milioni di euro e impiega non più di 1100 persone. Delle 127 aziende del “games in Italy”, nel 54% dei casi con meno di tre anni di vita, solo cinque hanno un fatturato annuo superiore ai due milioni di euro. Come risulta dalla radiografia più recente al comparto (del 2018) commissionata dall’Aesvi al Criet dell’Università Milano-Bicocca, per finanziare la propria attività l’88% dei nostri studi di sviluppo ricorre a risorse proprie. Dato ancora più rilevante se si considera che la maggior parte dei produttori italiani di videogiochi si raccoglie in micro-aziende o società con una manciata di dipendenti. Visti i dati elencati fin qui, è chiaro quanto il sostegno istituzionale alla prima fase di un progetto commerciale sia linfa vitale per il pixel made in Italy.

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“Daymare: 1988” dei romani Invader Studios, recentemente approdato anche su console (immagine: Invader Studios)

È così – precisa Thalita Malagò, direttore generale di Iidea – soprattutto alla luce del tipo di sostegno: il suo obbiettivo è infatti supportare la prima versione giocabile di un prodotto, quella che contiene tutte le funzionalità necessarie per capire di cosa si tratti e, quindi, per proporlo a un investitore. Il concept e la pre-produzione sono fasi fondamentali in un processo di sviluppo, in Italia coperte fino a oggi dalle risorse delle aziende o dei team. Considerato che all’estero il supporto statale all’industria del videogioco esiste da anni, è evidente come la misura possa contribuire a colmare un gap fra i nostri produttori e i loro concorrenti internazionali”.

Il che introduce il secondo elemento cruciale dell’aiuto: arriva dal Ministero dello sviluppo economico ed è quindi un intervento di carattere industriale, che infatti contempla i costi per il personale, per le acquisizioni delle licenze sotfware o per l’approvvigionamento dell’hardware, così come le spese per le eventuali collaborazioni esterne. “Il contributo è pensato per prodotti con una distribuzione commerciale – conferma Malagò – motivo per cui non si rivolge ai liberi professionisti, ma alle aziende a prescindere dalle loro dimensioni. Sembra un dettaglio, ma indica che l’Italia vuole investire su un settore che potenzialmente considera strategico. Detto senza giri di parole, è una prova e mi sembra un approccio corretto: si vuole capire se, come promette, il videogioco è una delle industrie del futuro. Il decreto attuativo arriverà a luglio e, per facilitare l’accesso ai contributi da parte dei piccolo studi, abbiamo chiesto nella relazione illustrativa che le procedure siano semplici e veloci”.

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Thalita Malagò, direttore generale dell’associazione di categoria, Iidea (foto: Iidea)

In altri termini, il provvedimento non contempla il contenuto o la qualità espressiva, soggetti della valutazione di programmi come il recente Europa creativa; né, più in generale, il First Playble Fund c’entra con l’ambito culturale, quello invece determinante per l’ottenimento degli sgravi fiscali della cosiddetta Legge cinema, che a oggi, sebbene il videogame ne faccia parte dal 2016, non ha ancora concretizzato i benefici previsti.

Il fondo è un incentivo all’industria ed è la risposta agli scettici che stessero chiedendosi perché, in un momento drammatico come l’attuale, il “Decreto rilancio” dia un aiuto proprio ai videogiochi: perché scommette su un settore i cui asset sono l’alta competenza tecnologica, la necessità di un confronto internazionale, la giovane età del personale e la creazione di valore attraverso proprietà intellettuali. Elementi, come dimostrano i paesi europei che hanno fortemente supportato il gaming come Francia, Danimarca o Polonia,  che costituiscono un volano per l’innovazione e che secondo gli analisti genereranno profitti in crescita per i prossimi dieci anni almeno.

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“Last Day of June”, produzione più recente firmata da Guarini per Ovosonico (immagine: Ovosonico/Digital Bros)

Non è un caso che qualcuno, fra i nostri autori più rappresentativi, stia addirittura tentando di anticipare le novità del settore. Fra gli alfieri di coloro che del videogioco valorizzano la potenza emotiva invece dello sfoggio tecnologico e papà di titoli premiati da critica e pubblico a livello internazionale (come The Last Day of June, primo videogame italiano candidato al Bafta), Massimo Guarini ha di recente sorpreso gli addetti ai lavori per aver lasciato la software house da lui creata e resa celebre nel 2012, Ovosonico, e aver fondato Guarini Design, una concept house di quelle che orientano l’ultima tendenza di Hollywood, dove competenze anche altamente qualificate, dai registi agli sceneggiatori fino agli addetti agli effetti speciali, sono esterne agli Studios.

Pochi mesi fa, le indiscrezioni volevano Guarini e Ovosonico alle prese con una collaborazione nientemeno che con la Bad Robot di J. J Abrams. Come le cose siano realmente andate e come dalla collaborazione si sia passati al lancio di Guarini Design rimarrà confinato alle leggende di settore, quel che è chiaro è quanto tutto abbia stimolato un processo già in atto.

Non posso che confermarlo – dice Guarini – perché sono convinto questo sia il futuro dell’industria del gaming. Progettare senza il peso delle strutture: come un architetto che disegna e supervisiona, per poi affidare i progetti alle imprese di costruzione. La concept house è una realtà creativa snella, fucina di idee per videogiochi, film e serie tv, che lavora a contatto con grandi studi di sviluppo e di produzione internazionali”.

Una struttura per cui il First Playable Fund potrebbe rivelarsi prezioso: “è come se parlassimo di un acceleratore di incubazione, cioè di una misura fondamentale, perché arriva prima della fase produttiva, sostiene la ricerca e lo sviluppo ma quando finalizzati. Il fondo è importante perché permette di aiutare gli studi più piccoli a sviluppare le loro attitudini. È inutile che si produca un gioco sul calcio, attratti solo da una previsione di vendita, se non si ama quello sport. First Playable Fund permette si lavori su un prototipo che magari non avrebbe visto la luce, qualcosa però in cui si crede davvero e che si pensa possa farcela. Sono questi gli ingredienti per convincere un publisher”.