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FAME DI LIBERTà

Paragone all'assalto: il rinculo del lockdown e le minacce dei governanti

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Non so se esista un nome scientificamente appropriato ma io, a costo di ricevere la scomunica dell’Antonella Elia della scienza (al secolo Roberto Burioni), lo chiamerei così: il rinculo del lockdown. È quella fame di libertà naturalmente esplosa come contraccolpo ai tre mesi di blocco imposto dal governo come misura alla diffusione del Covid.

Un po’ come quando tiri un elastico, la forza esplosiva creata nel momento della liberazione è opposta alla fase precedente della resistenza. Prendersela con i ragazzi o genericamente con quanti fanno rassembramenti (termine di cui avevamo scarsa percezione visto che tendenzialmente viviamo a gruppi) significa scaricare un senso di colpa generico per il solo fatto di volersi riprendere gli spazi di libertà finora vitali. Non è la voglia di farsi l’aperitivo o di sfidare la scienza ma è la volontà di rimarcare la forza di un diritto imprescindibile.

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Pensare di fermare questa forza con minacce o altre ordinanze rischia di produrre tensioni aggiuntive, persino ingiustificate. In questi mesi abbiamo generato una narrazione stressante e angosciante, dal bollettino alle mascherine, finanche esagerata. Era normale che, esaurita la paura fanciullesca del buio (il mistero di un virus), le piazze e le strade fossero prese d’assalto; a maggior ragione se la casa resta una specie di "zona rossa" vietata ad amici. Insomma, da qualche parte era normale che si scaricasse lo stress generato dal Palazzo (inteso come luogo di governanti ed esperti a vario titolo) e diffuso a reti unificate. Bisognava prevederlo, non lo hanno fatto e ora se la soluzione è minacciare nuovamente la compressione della propria libertà la risposta non sarà la stessa della volta scorsa. I cittadini non si uniformeranno, nemmeno se il governo dovesse rafforzare l’impiego delle forze dell’ordine (pratica che sconsiglierei vivamente se non vogliamo uno scontro plateale).

Altro esempio di rinculo: il rincaro dei prezzi. Anche qui non era difficile prevedere una scelta di sopravvivenza da parte di alcuni operatori commerciali martoriati non solo dal lockdown ma soprattutto dalle scelerate misure del governo sordo e insensibile rispetto alle sacrosante osservazioni dei piccoli imprenditori. Se infatti il grosso delle spese è ancora sulle spalle dei commercianti va da sé che qualcuno - non tutti, sia chiaro - aggiusti i prezzi per tenersi vivo. Toccava al governo evitare che ciò accadesse con misure che immediatamente alleggerissero le spese cumulate nel periodo di blocco forzato. Invece poco o nulla.

La rabbia che monterà è la rabbia di chi sta leggendo notizie di profonde disparità di trattamento: tappeti rossi a favore dei soliti potenti e percorsi a ostacoli per gli altri. Mentre i cordoni delle borse bancarie si aprono a favore di Fca e amici degli amici, le risposte che ricevono i più piccoli variano dal «Le faremo sapere» a «Purtroppo non possiamo concederle alcuna linea di credito».

Fa discutere il caso della solita Atlantia dei Benetton: a quasi due anni dalla tragedia del ponte Morandi, assistiamo alla moltiplicazione delle parole da parte di chi aveva garantito in tempi celeri la revoca senza se e senza ma. La revoca al momento non è arrivata, anzi la holding partecipata dai Benetton ha pure chiesto prestiti garantiti da Sace per avviare i lavori di manutenzione. Il simpatico e ciarliero viceministro cinquestelle Giancarlo Cancelleri minaccia azioni dure e chiede fatti concreti: quelli che i cittadini siciliani si aspettano da lui sul ponte autostradale lungo la Catania-Palermo, chiuso da cinque anni. Chissà se ’u picciriddu che non vedeva l’ora di farsi scarrozzare con la macchina blu ministeriale si darà una mossa per i suoi corregionali o se sarà l’ennesimo blablabla grillino.