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"Macché ragazzini... Io vedo vitelloni con spritz in mano e mascherina calata"

L'attore e cantante: "Mio figlio 17enne è ligio. I 30-40enni molto meno"

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Altro che ragazzini con l'ormone impazzito. Le mine vaganti del «movidavirus» sono i trentacinque/cinquantenni che non vedevano l'ora di tornare ai vecchi riti. «Ci pensavo l'altra sera, quando per la prima volta sono uscito per Verona a fare un giro in bici», spiega Jerry Calà, attore cantante showman che, dopo mezzo secolo di palchi e set, il pubblico lo conosce come pochi.

Prima uscita, prime riflessioni.

«Sono uscito e chi ho trovato per strada? Non certo i ragazzini, che erano molti meno di quanti sono di solito».

Allora chi ha visto?

«Erano molto più numerosi i vitelloni, come li chiama Linus, ossia i quarantenni in gruppo».

Com'erano?

«Tanti erano con la mascherina calata intorno al collo e lo spritz in mano. Sembrava quasi non gliene fregasse nulla di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo. Questo sarebbe un fenomeno da studiare anche da un punto di vista sociologico».

In effetti, tutti si aspettavano che a far la «movida» fossero soprattutto i giovanissimi.

«E invece sono i quarantenni cresciuti con gli spritz che forse credono di non poterne più fare a meno. Oltre a creare un pericolo oggettivo, procurano anche un pesante danno di immagine».

Perché?

«Perché le loro foto, quando poi escono sui giornali o sui social, fanno cambiare idea anche a chi aveva deciso di uscire rispettando le regole. Pensano che sia rischioso fare due passi in giro, prendersi un gelato o mangiare finalmente qualcosa al ristorante. E restano a casa».

È anche un danno economico, che si somma a tutti gli altri.

«Lo so, e parlo anche per esperienza diretta. Siamo in una fase complicata e delicatissima nella quale una minima variabile può cambiare il nostro comportamento».

A proposito, come ha reagito Jerry Calà al lockdown?

«All'inizio con depressione pazzesca».

Per le serate cancellate?

«Ma non per il danno economico perché non mi lamento di questo visto che c'è chi sta purtroppo molto, ma molto, peggio di me».

Allora perché?

«Perché girare l'Italia, stare in mezzo alla gente, incontrare le persone è qualcosa cui ho dedicato tantissimo della mia vita. Ne è parte. E quindi lì per lì ho sofferto tantissimo. Oltretutto...».

Oltretutto?

«Avevo in previsione di celebrare all'Arena di Verona il mezzo secolo della mia carriera ed è tutto saltato. In effetti, in Italia ci siamo resi conto ancora una volta che i lavoratori dei locali e degli spettacoli sono i dimenticati. In poche parole, l'inizio è stato difficile».

Poi?

«Poi mi sono messo a fare dirette Instagram per parlare con le persone e sono anche ritornato a scrivere. Ho fatto anche una instant song con Danti che si intitola Un passo avanti, un metro indietro che uscirà tra poco. Questo per dire che a casa ho ripreso fiato e trovato molta ispirazione. E sono rimasto colpito dal comportamento di mio figlio Johnny, che ha diciassette anni».

Ossia?

«In questo lockdown si è comportato benissimo, così come i suoi coetanei».

Anche qui bisognerebbe fare uno studio sociologico per capirne i motivi.

«In realtà per loro rimanere a casa è stato un po' più semplice perché sono cresciuti in casa e non per strada o nei cortili come noi. Hanno questa second life sugli smartphone che forse ha fatto sentir meno l'esigenza di trasgredire le regole anti-contagio».