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L’entrata della Commissione europea a Bruxelles, Belgio, 15 maggio 2020. (François Lenoir, Reuters/Contrasto)

L’Unione europea in bilico tra solidarietà e sterile contabilità - Pierre Haski

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L’Unione europea in bilico tra solidarietà e sterile contabilità

Una settimana fa la Francia e la Germania hanno presentato una proposta ambiziosa per aiutare i settori e le regioni più colpite dalla pandemia. Da allora è nato un acceso dibattito in tutta Europa, incentrato sulla ferma opposizione di quattro paesi, indicati come “frugali”, “austeri” o addirittura, da chi non li apprezza affatto, “spilorci”.

Il comportamento di questi quattro paesi – Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia – sarà decisivo per trovare una soluzione all’impasse politica in cui si trova l’Unione, impasse che secondo molti osservatori rappresenta un pericolo mortale per il progetto europeo.

Nel fine settimana i quattro “frugali” hanno presentato il loro piano in vista della proposta di compromesso che il 27 maggio sarà illustrata dalla Commissione europea a Bruxelles. Il momento è decisivo, e ognuno prende posizione e traccia le sue linee invalicabili.

Solidarietà e tecnicismi
La principale differenza tra la proposta franco-tedesca e il piano dei quattro “frugali” è quasi filosofica: l’Unione europea dev’essere solidale con i paesi più in difficoltà, in particolare l’Italia e la Spagna? O deve limitarsi a fungere da meccanismo tecnico per aiutarli a superare la crisi?

La Francia e la Germania, dopo la spettacolare conversione di Angela Merkel, propongono di creare un fondo di rilancio da 500 miliardi di euro integrato nel prossimo bilancio dell’Unione. Questo fondo effettuerebbe trasferimenti di denaro ai settori e alle regioni che ne hanno bisogno e sarebbe rimborsato al livello comunitario dai 27 paesi in base al classico meccanismo di ripartizione.

Sarebbe necessario affrontare in modo compatto gli effetti disomogenei di questa crisi

I quattro “frugali” si oppongono a questa iniziativa e non vogliono sentir parlare di regali, ma solo di prestiti che sarebbero restituiti dai paesi che li ricevono. In altre parole, in questo modo l’Europa si limiterebbe ad aiutare i paesi in difficoltà a ottenere un prestito conveniente.

Questo approccio, però, segnerebbe inevitabilmente un incremento delle disuguaglianze regionali, in particolare tra nord e sud, quando invece sarebbe necessario affrontare compatti una crisi che ha travolto in maniera disomogenea il continente senza che i paesi più colpiti ne abbiano alcuna colpa.

Danimarca, Austria, Paesi Bassi e Svezia condividono il fatto di essere “contribuenti netti”, ovvero versano nel budget europeo più denaro di quanto ne ricevano. Lo stesso vale per la Francia, la Germania o l’Italia.

I quattro nemici del debito comune hanno una visione strettamente “contabile” della costruzione europea, e stanno interpretando il ruolo che è stato del Regno Unito prima della Brexit. Ricordiamo ancora quando Margaret Thatcher disse: “I want my money back”, “voglio indietro i miei soldi”.

Naturalmente non si può criticare un paese ben gestito perché fa particolare attenzione alle spese e quindi è “frugale”. Ma non si può neanche ridurre il progetto europeo a un mero spazio economico, riproponendo la visione che ha portato Londra a lasciare il club.

Di fronte alla pandemia di covid-19 la Germania, considerata a lungo come il quinto paese “frugale”, ha operato una svolta storica a favore dell’integrazione europea. Nei prossimi giorni scopriremo se i 27, come spera il presidente francese Emmanuel Macron, troveranno un compromesso e permetteranno all’Europa di fare un passo avanti decisivo, o se invece Margaret Thatcher otterrà una vittoria postuma.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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