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La Caritas ambrosiana non ha rispettato il decreto di Salvini sui migranti. E ha avuto ragione

Un anno fa la Caritas Ambrosiana non ha obbedito al decreto sicurezza dell’allora ministro Matteo Salvini e ha deciso di far proseguire a tutti gli ospiti dei suoi centri i percorsi di integrazione o iniziarne di nuovi. Un anno dopo i risultati dicono che ha avuto ragione. Migranti che avevano perso il diritto all’accoglienza, e avrebbero dovuto lasciare i centri di accoglienza in virtù del primo Decreto sicurezza – finendo in strada a chiedere l’elemosina o sfruttati dalla criminalità – oggi sono in larga parte autonomi e integrati, pronti a iniziare un nuovo lavoro e una nuova vita. Una storia che dimostra che i soldi per l’integrazione, se spesi bene, sono un investimento e non un semplice costo.

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"Se avessimo dato seguito alle disposizioni del Decreto sicurezza, queste persone sarebbero oggi molto più deboli, più esposte al ricatto di sfruttatori di ogni risma e probabilmente le avremmo viste in coda ai centri di ascolto delle parrocchie. Con il nostro piccolo gesto, abbiamo dato a loro un’opportunità. E oggi a conti fatti possiamo dire di aver avuto ragione". Un anno fa, mentre l'Italia si dilaniava sui porti aperti o chiusi e migliaia di richiedenti asilo finivano per strada, espulsi dai centri d'accoglienza per effetto del decreto sicurezza, a Milano la Caritas Ambrosiana si dava da fare per contrastare gli effetti negativi del provvedimento dell'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini. Come? Semplicemente non rispettando quello che prevedeva, e cioè evitando di buttare fuori dai progetti i migranti. I risultati oggi si vedono, come rivendica Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana. "Sommessamente crediamo che questa piccola storia possa aiutare a far capire più in generale che i soldi per l’integrazione dei migranti, se spesi bene, sono un investimento non un semplice costo".

La Caritas Ambrosiana non ha rispettato il Decreto sicurezza: "Abbiamo avuto ragione"

Oltre la metà dei migranti ospiti della Caritas Ambrosiana che avrebbero dovuto lasciare i centri di accoglienza in virtù del primo Decreto sicurezza ha raggiunto l’autonomia in un anno. Sono 77 le persone coinvolte – di cui 29 minori – tutte titolari di permesso di soggiorno per ragioni umanitarie in carico alle strutture gestite per conto delle Prefetture dalle cooperative sociali della Caritas Ambrosiana e del territorio. Migranti dunque cui lo Stato aveva riconosciuto il diritto a restare sul territorio nazionale ma che avevano perso il diritto all’accoglienza con l’entrata in vigore del decreto sicurezza. La Caritas Ambrosiana ha deciso invece di far proseguire a tutti gli ospiti i percorsi di integrazione che avevano intrapreso o iniziarne di nuovi negli stessi centri o in altri del sistema diocesano.

I risultati del progetto: lavoro e percorsi di autonomia avviati

Oggi, su 48 adulti rimasti nelle strutture 20 hanno già trovato un lavoro, alcuni in modo autonomo e altri al termine dei corsi di formazione e delle borse lavoro che sono state offerte loro all’interno del progetto. Tutti i 14 migranti single ospiti e più della metà delle famiglie (14 su 24) si stanno preparando a lasciare i centri di accoglienza grazie a percorsi di autonomia ben avviati. Un esempio virtuoso che riporta alla mente le stagioni della grande generosità milanese, della città "con cuore in mano" in grado di accogliere migliaia di profughi siriani in fuga dalla guerra e poi di far fronte all'emergenza accollandosi anche le persone che avrebbero dovuto andare in altri comuni. Oggi questo spirito sembra molto lontano, e solo la Caritas e alcune associazioni del terzo settore lo tengono vivo.

Messaggio al governo Conte: "Accoglienza non è questione di soldi"

Il direttore della Caritas ha mandato un messaggio anche all'attuale governo, dopo che nei giorni scorsi il Viminale ha emanato una circolare con la quale si ridefiniscono i compensi giornalieri per gli enti che si occupano di accoglienza. "Non si può svilire la discussione ad una mera questione di quattrini: il punto sono i servizi che devono essere offerti, perché è da quelli che dipende l’efficacia dell’intervento. Se lo scopo è l’integrazione, non ci si può limitare a fornire un alloggio. Occorrono corsi di alfabetizzazione, corsi di formazione professionale agganciati al territorio, accompagnamento sociale", ha sottolineato Gualzetti. "Mi piacerebbe che fosse questo il livello del dibattito pubblico", ha spiegato, "come altri soggetti seri del terzo settore noi abbiamo sempre voluto mantenere questo livello di proposta. Al di sotto del quale non ha senso la nostra collaborazione. Per questa ragione abbiamo già oggi rimodulato il nostro impegno, rivedendo la nostra partecipazione ai bandi pubblici e promuovendo un sistema privato di accoglienza. Valuteremo attentamente le novità introdotte dalla circolare per capire come procedere in futuro".