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(Kevin Frayer/Getty Images)

Cosa ha di diverso questo coronavirus

La normale influenza uccide molte più persone di quelle morte fin qui per il virus scoperto in Cina: per questo bisogna capire cosa vuol dire "morire di influenza"

Ogni anno nel mondo muoiono fino a 650mila persone a causa delle infezioni respiratorie acute causate dall’influenza stagionale. È probabile che abbiate letto altrove questo dato negli ultimi giorni come misura di confronto rispetto al nuovo coronavirus (2019-nCoV), che dal momento della sua identificazione a fine 2019 ha causato la morte di almeno 213 persone, tutte in Cina. Il confronto può dare un’idea dell’impatto delle due malattie virali sulla popolazione, ma porta con sé qualche semplificazione che potrebbe spingere i meno esperti a sottovalutare l’attuale crisi sanitaria per il coronavirus, o a sovrastimarla.

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Se si mette in relazione il numero di decessi in Cina (213) con quello delle persone che hanno mostrato i sintomi causati dal coronavirus (circa 10mila), la malattia sembra essere relativamente poco rischiosa. Il problema è che i due numeri presi da soli non significano molto dal punto di vista epidemiologico, cioè della scienza che studia l’andamento e la diffusione delle epidemie.

Mortalità e letalità
In generale l’indicazione del solo numero dei decessi di una malattia non offre molte informazioni, e in alcuni casi può essere fuorviante. I media fanno spesso confusione tra tasso di mortalità e di letalità, utilizzando i due termini per indicare la stessa cosa, contribuendo a generare ulteriori incomprensioni tra l’opinione pubblica.

Il tasso di letalità si ottiene dividendo il numero delle persone decedute a causa della malattia con il totale dei malati.

Il tasso di mortalità, invece, si ottiene dividendo il numero delle persone morte a causa della malattia con quello del totale degli esposti (cioè l’intera popolazione interessata).

Ne deriva che il tasso di letalità è una percentuale più consistente rispetto a quella del tasso di mortalità, che però restituisce un dato più rilevante per la valutazione dei rischi che comporta un’epidemia per tutta la popolazione.

Tempo
I dati continuano comunque a non essere significativi se non vengono inseriti in un preciso arco temporale. Come è avvenuto anche nel caso del nuovo coronavirus, i media tendono a sommare i morti dall’inizio di un’epidemia senza contestualizzarli nel tempo, finendo quindi per comunicare un dato poco significativo e che può generare ansie tra la popolazione. Un conto è parlare di 213 morti, un altro specificare quante persone sono morte nelle ultime 24 ore rispetto al giorno precedente e così via.

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Rischio relativo
In epidemiologia gli “esposti” sono gli individui soggetti a una condizione che si sta studiando, come una malattia; negli studi e nelle indagini epidemiologiche viene di solito utilizzato come gruppo di riferimento un gruppo di non esposti. Il rischio di manifestare una malattia tra persone esposte in rapporto a quello tra le persone non esposte viene definito rischio relativo.

Il rischio relativo viene calcolato dividendo i nuovi casi delle malattia in un determinato periodo di tempo con gli individui considerati a rischio dall’inizio della malattia.

Quando un virus inizia a circolare nel caso di un’epidemia diffusa (pandemia) gli esposti corrispondono all’intera popolazione. Ma, con il tempo e le misure assunte per contenere i contagi, le condizioni cambiano e così anche il numero di esposti.

Il dato di 2 morti in un paese e di 40 in un altro non è significativo, se non ci sono metri di paragone che mettano a confronto le differenti popolazioni dei due paesi, gli esposti e un periodo di tempo preciso.

D’influenza si muore?
La normale influenza stagionale in particolari condizioni può causare la morte di chi la contrae. In Italia il ministero della Salute stima che l’influenza sia una delle dieci principali cause di morte. Per questo viene consigliato agli anziani e alle persone più esposte (gli operatori sanitari, per esempio) di fare il vaccino stagionale, in modo da ridurre il rischio di ammalarsi.

A differenza di altri vaccini, quello dell’influenza deve essere ripetuto ogni anno perché i tipi di virus che causano la malattia mutano velocemente, e di conseguenza il sistema immunitario non sa come affrontarli (il vaccino serve per renderlo sensibile al virus, e conservare poi memoria delle difese che deve utilizzare).

Come si attribuisce un decesso a una malattia
Non è sempre semplice attribuire direttamente una morte al virus influenzale, o a un coronavirus come quello identificato in Cina. In molti casi l’influenza è una causa intermedia di morte, nel senso che contribuisce a far peggiorare una malattia che già aveva la persona contagiata dal virus. La causa di morte per un individuo con il cancro resta il cancro, anche se è morto dopo aver preso l’influenza. Nella maggior parte dei casi, il virus influenzale o un coronavirus non è la vera causa di morte, ma semplicemente ciò che ha reso più grave una malattia già esistente nel paziente.

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Stime e analisi
Un’ulteriore complicazione è data dalla difficoltà di riscontrare la presenza del virus nei pazienti deceduti. Le analisi devono essere svolte entro un certo periodo di tempo e seguendo particolari protocolli, altrimenti c’è il rischio di non identificare l’infezione. Nel caso del nuovo coronavirus, i controlli in Cina sono stati potenziati e ne vengono eseguiti molti sui pazienti che arrivano in ospedale con sintomi che potrebbero indicare il contagio. Ciò detto, non si può escludere che il numero di decessi segnalato sia inferiore a quello reale, proprio per la difficoltà di confermare tutti i casi.

Eccesso di mortalità
Con l’influenza stagionale – che tiene impegnati i sistemi sanitari per molti mesi ogni anno – la stima del numero delle morti viene svolta anche attraverso l’”eccesso di mortalità”. In questo caso, si confrontano il numero delle morti avvenute (per qualsiasi causa) nel periodo dell’influenza stagionale con quello medio delle morti nel resto dell’anno. Si ottiene un dato importante che stima l’impatto della malattia sulla mortalità complessiva della popolazione.

Questo sistema consente di eliminare gli errori per la mancata diagnosi dell’influenza, perché si contano tutti i morti, dovuti a qualsiasi causa. Il valore è prezioso e meno generico di quanto si possa pensare, perché offre numerosi dettagli sull’impatto della malattia sulla mortalità.

Nel caso del nuovo coronavirus, l’eccesso di mortalità non è però ancora utilizzabile, semplicemente perché il periodo di riferimento è per ora molto breve, un mese circa.

Non minimizzare, non esagerare
In statistica si dice spesso che “se torturi i numeri sufficientemente a lungo, confesseranno qualunque cosa”, e in un certo senso è vero che spesso le statistiche vengono sfruttate per dire tutto e il contrario di tutto. L’epidemiologia si basa molto sulla statistica, e le notizie che circolano sul nuovo coronavirus mostrano come la crisi sanitaria sia minimizzata o esagerata a seconda dei casi.

La letalità può apparire bassa se si divide il numero degli individui morti certamente interessati da nuovo coronavirus con i casi sospetti, per i quali manca però ancora una diagnosi certa della malattia. Le persone finora morte in Cina avevano, in un numero significativo di casi, condizioni di salute precarie ancora prima di contrarre il coronavirus, che ha poi comportato un ulteriore peggioramento. Queste persone sono quindi morte dopo essere state contagiate, ma di fatto non erano “sane” neanche prima.

Quindi è peggio l’influenza o il nuovo coronavirus?
In medicina contano i numeri e il tempo per determinare la rischiosità di una malattia: nel caso del nuovo coronavirus entrambi sono ancora scarsi. Le attuali conoscenze sono limitate perché mancano dati importanti, per esempio su come stanno i pazienti dopo che smettono di avere i sintomi. Confrontare malattie causate da virus diversi è inoltre complicato e non sempre utile.

Fatte tutte queste premesse, e mantenendosi estremamente cauti, si può dire che attualmente il tasso di letalità del nuovo coronavirus è inferiore rispetto a quello della SARS, ma superiore rispetto a quello dell’influenza.

La valutazione del rischio va però fatta in un contesto molto più ampio, che comprende altri fattori. A differenza dell’influenza, per il nuovo coronavirus non esiste ancora un vaccino che possa proteggere le persone più fragili con altre malattie; diversi centri di ricerca sono al lavoro per svilupparne uno. Nel frattempo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le altre istituzioni sanitarie confidano di riuscire a contenere il numero dei contagi, attraverso l’isolamento totale dei singoli casi e parziale delle persone che potrebbero essere state esposte al nuovo coronavirus.